Doppia utilità

Un articolo che mi ha fatto molto riflettere. Anche se si riferisce alla situazione brasiliana, non mipare difficile vederne l’applicazione anche per noi.

Doppia utilità

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 10 de fevereiro de 2012
(orig. portoghese)

Vorrei subito chiarire che non avrei mai scritto su soggetti deprimenti come i sigg. Emir Sader, Vladimir Safatle, Sidney Silveira, Júlio Lemos, Eduardo Wolff [“intellettuali”, “accademici” e “formatori d’opinione” brasiliani, NdT] e simili se non ritenessi che ciò abbia una doppia utilità.

Da un lato, serve per chiarire e documentare il presente stato di cose del Brasile mentale. Fu per questo che nel 1995 iniziai a pubblicare L’imbecille collettivo, una serie di annotazioni su un crollo culturale mai visto prima in un qualsiasi paese mediamente civilizzato e degna, quindi, di essere segnalata in aiuto agli storici futuri, se ce ne saranno ancora, i quali avranno molta difficoltà a vedere qualcosa in mezzo alle tenebre di questo periodo, proprio come un uomo caduto temporaneamente in uno stato di incoscienza patologica riesce appena a mettere insieme le due punte estreme della sua biografica, tagliate e separate da una fascia di oscurità impenetrabile. Se oggi continuo a redigere questo tipo di note, è per far sapere che lo stato di cose che indicavo là non ha smesso di peggiorare, per impossibile che sembri, essendo straripato dai circoli letterati verso la società in generale, immersa oggi nella quotidiana barbarie di un carnevale sanguinoso e di una abiezione morale così profonda che le parole non riescono a descrivere. Dall’altro, fornisce ai miei studenti e ai miei lettori, a titolo di allarme, un mostruosario dei rischi di alienazione e di corruzione interiore che, in questo quadro, minacciano di rodere i più promettenti semi di una vita intellettuale nascente.

Serve, in questo senso, illustrare un capitolo di metodologia filosofica che assimilai fin dalla mia remota gioventù, che ho ripreso e imparato di nuovo mille volte lungo i decenni, che si è incorporato alla mia mente al punto di diventare quasi una seconda natura, e che io desidererei ardentemente ripassare a tutti coloro che mi leggono e mi ascoltano. Devo questo insegnamento a molti maestri, specialmente (senza mancare di rispetto a qualsiasi altro) a Socrate, s. Agostino, Montaigne, Kierkegaard, Ortega, Julián Marías, Alain, Louis Lavelle, Eric Voegelin e Paul Friedländer, ma, prima di tutti questi, all’oracolo di Delfi, che lo riassumeva, storicamente o mitologicamente, nel detto “Conosci te stesso”.


Questo comandamento significa che qualsiasi investigazione filosofica deve radicarsi in una coscienza molto chiara della nostra situazione esistenziale personale, della nostra condizione personale e socio-storica, delle nostre contraddizioni interiori e delle motivazioni dei nostri atti, anche le più segrete, cattive e deludenti. Solo da lì ci si deve elevare, poco alla volta, alle grandi speculazioni astratte che, senza questo, diventerebbero feticci intellettuali, meccanismi di alienazione o, nella migliore delle ipotesi, pure esercitazioni accademiche senza genuina sostanza intellettuale, per quanto possano apparire eleganti e sofisticate.

Se, a causa dei peccati, la nostra situazione personale e sociale si mostra spregevole e infame, irrisoria, meschina, lontana da tutto quanto possa esserci di grande e sublime nel mondo, quanto più diventa obbligatorio quell’esame di coscienza, per non correre il rischio di cercare in studi nominalmente nobili ed elevati un mero anestetico occasionale contro la realtà della nostra miseria. Questa è, in verità, la più seducente e letale delle tentazioni per l’intelletto giovane nell’atmosfera oppressiva di una nazione culturalmente atrofizzata. Che conforto imbambolante, che soddisfazione dilettevole sente il debuttante che, sottolineando il suo contrasto con la incultura che lo circonda, può esibire davanti al pubblico stupito il proprio dominio delle tecniche intellettuali più raffinate, l’aggiornamento del proprio spirito con i dibattiti più complessi che si hanno nei “grandi centri” universitari dell’Europa e degli USA!

Non c’è nulla di male nell’apprendere queste cose. In certi momenti è perfino obbligatorio. Ma, quando questa scalata agli alti pinnacoli si fa saltando sopra l’esigenza preliminare di radicamento cosciente nella realtà personale e storica immediata, il risultato è quella indigesta mistura di raffinatezza apparente e grezzura profonda, che così bene caratterizza lo pseudo-intellettuale del Terzo Mondo.
Partendo da questa falsificazione di base, ciò che appariva un debutto promettente va piano piano a corrompersi e prostituirsi fino a discendere all’inganno ostensivo, che perfino i lettori senza molta cultura finiscono per notare.

Questo male, che affligge perfino i più intelligenti e impegnati, si manifesta all’esterno in mille sintomi, dei quali non è il meno significativo il cattivo gusto, lo stile al contempo nauseante e traballante del suo scrivere. Il sig. Júlio Lemos, per esempio, il cui talento innato per gli studi filosofici io sarei l’ultimo a negare, rovina tutto quando tenta di compensare il suo parco dominio della lingua con il reiterado ricorso a espressioni inglesi perfettamente inutili, solo per darsi arie di professore della Ivy League. Leggete e verificate. L’uomo non ha sentimenti contrastanti, ha mixed feelings. Non ha una questione da risolvere, ha una issue. E così via. I termini stranieri si usano quando hanno una connotazione inimitabile nell’espressione originale o sono espressioni tecniche consacrate, come habitus o Dasein. Negli altri casi, sono pure cretinate, cose da sottosviluppato.

Parlo del modo di scrivere perché nulla rivela in modo migliore la stoffa interiore di un’anima. La materia può essere colta nelle letture, a volte in qualsiasi manuale o dizionario di filosofia, ma lo stile, lo vogliate o no, è dell’uomo.

Non mi riferisco nemmeno al sig. Lemos in particolare; ce ne sono centinaia come lui. Si comincia con questi vizi e anni dopo si è già pronti per imparare a nascondersi in qualsiasi canto, come un topo, ogni volta che si commette qualche sciocchezza che non si è uomini sufficientemente per confessare. Dall’affettazione all’inganno la strada è assai breve.

Capace di tutto

Potevi rubarlo, come molti fanno purtroppo, avrebbe fatto meno male.

Potevi metterlo in tasca, nel maglione, in borsa: è una piccola biblioteca, super specializzata ma piccola, abituata da quasi un secolo a ricevere soltanto studiosi da “manuale”, con lunghe barbe bianche, occhialoni da miopi… Non ha il controllo elettronico, ha un bibliotecario che non guarda torvo ogni persona che tocca un libro, e si fida. Ne hai approfittato, squallido figuro…

Potevi fare una fotocopia, una fotografia; potevi copiare il pezzo che ti interessava, fare una scheda bibliografica, autocentrato ombellicocentrico pigro che non sei altro.

No, tu hai voluto tagliare le due misere pagine di quel libro; non c’erano miniature, non c’erano rare incisioni. Erano soltanto due misere pagine di una rivistina degli anni ’80, che parlava di eredità greca dell’Italia meridionale. Una rivistina che non esiste più, che è introvabile, che hai mutilato per sempre. Ci hai impedito per sempre di sapere cosa ci fosse da pagina 361 a pag. 364.

Ho visto quasi piangere una professoressa greca che cercava una citazione tra quelle pagine. Ha alzato gli occhi, sgomenta, mostrandomi il libro: senza parole, davanti a un gesto che non ha senso.

Per cosa, poi? Per una tesi? Per qualche misero articolo finito in una rivista simile?

Non hai avuto alcun scrupolo di tagliare due pagine da un libro di una biblioteca.

Chissà dove sei adesso.

Chissà cosa hai fatto nella vita.

Uno come te è capace di tutto.

L’ombra della luce

(foto di LS, grazie!)

La giornata di ieri è iniziata all’insegna dello stupore e della meraviglia per il “silenzioso biancore” che aveva avvolto Roma. La mattinata, poi, è continuata ancora meglio, grazie agli incontri che ho fatto.

Ma il “punto alto” è stato mentre tornavo a casa, verso mezzogiorno. Il sole iniziava a smuovere la neve dagli alberi. Attraversando via Merulana all’angolo con Piazza San Giovanni c’era uno spettacolo irreale: nella via pareva nevicasse, con fiocchi grandi e morbidi che scendevano dagli alberi; alla mia destra, nella piazza, nulla. Mentre attraverso, una signora piuttosto anziana e corpulenta sorretta da una giovane, forse la figlia, forse la nipote, con evidente fatica per non scivolare, scende dal marciapiede e alzando gli occhi si ferma ed esclama, fermandosi con il naso all’insù: “che bello…”.

Mi ha commosso profondamente. Via Merulana ha dei marciapiedi lastricati da un criminale. Sono come degli specchi. Con la pioggia, ed oggi posso dire con la neve, diventano una pista di pattinaggio. Questa signora avrà dovuto faticare molto più di me per restare in piedi. La giornata di ieri non doveva certo essere stata facile per lei: eppure, nel mezzo delle difficoltà, si è accorta della Bellezza. Si è lasciata stupire da una brevissima manifestazione della Bellezza. Come l’alone di una tazza di tè appoggiata per un attimo su un tavolo, come in un film di Tarkovskij, o come i pochi secondi del riflesso del sole al tramonto sulla neve del mio cedro ieri pomeriggio.

Alcune “nuvole interiori” sopraggiunte nel pomeriggio, non sono state capaci di farmi perdere la pace ricevuta ieri. E continua così tanto, questa pace, che stamani, quando ho saputo che il treno che avrei dovuto prendere per una settimana di pace sul Lago di Garda (che attendevo da un anno), è stato soppresso e la mia settimana ormai va a ramengo, ho solo guardato il mio amico cedro, ho avvisato che non sarei arrivato, e ho preso un buon libro. Posto questo “post” e vado a leggere. L’agenda è libera per una settimana.

Non lo dirò a nessuno…

E’ venuto dal Libano

…  il cedro che campeggia fuori dalla mia finestra. Nessuna preoccupazione, è venuto certamente dall’Hermon, dove la neve non è affatto sconosciuta. Avrà sentito il vento fischiare tra i suoi rami, avrà tenuto chissà quante volte la neve tra le sue braccia, dondolandola dolcemente.

Sarà che ho passato molto tempo in un paese tropicale come il Brasile, ma la neve da un lato mi affascina come un bambino, da un altro sento molto di più il freddo rispetto a tanti tanti anni fa.

Ora che ci penso: il mio cedro sta a Roma da più di ottant’anni, ho visto la foto di quando fu piantato.

Spero per lui che non si sia “romanizzato” al punto di tollerare solo “er ponentino”…

foto del cedro dalla terrazza dell'ultimo piano

Tristeza não tem fim…

Lo ammetto. Ogni tanto visito dei siti “sconvenienti” per uno nella mia posizione. Non di solo manoscritti siriaci si può vivere, del resto, no? E uno dei siti  più trasgressivi che visito è FCInter 1908.

Lo so, lo so… E’ una mia debolezza, che ci volete fare.

Però non avrei mai immaginato che su questo sito venissi invitato a una trasgressione maggiore.

Per carità, nessun moralismo, non si deve fare, chi è senza peccato scagli la prima pietra etc.

Però che tristezza.

Che immensa, pesante, obnubilante tristezza.

Bellino

Un amico brasiliano mi ha segnalato questo interessante video. Non so chi sia l’europarlamentare che parla, l’ho ascoltato e mi è venuta voglia di postarlo nel mio blog. Tutto qui.

Maschile

Oggi pomeriggio subito dopo pranzo, mentre stavo per uscire a fare una passeggiata e recarmi verso San Giovanni e il Colosseo, ho dato uno sguardo al Corriere online e ho visto che annunciavano l’audio di un paio di telefonate tra il comandante della Costa Concordia Schettino e quello della Capitaneria di Porto De Falco. Le ho ascoltate. Ancora non era esploso il tamtam mediatico che ha trasformato in tormentone-business quel secco “vada a bordo cazzo!”, e l’audio mi aveva fatto assai riflettere.
Mentre risalivo via Merulana ho capito cosa mi aveva colpito della telefonata: De Falco trasmetteva l’energia dell’archetipo del Guerriero, uno degli archetipi maschili più potenti. C’erano tutte le caratteristiche: la decisione, la forza, la chiarezza mentale, il valore (“mi deve dire quante donne, quanti bambini, quante persone anziane ci sono sulla nave!”), le regole, la sicurezza. La sua voce sprigionava energia maschile. Dall’altro capo del telefono c’era un Bambino, ossia, vista l’età, un Non Adulto: che cercava scuse e giustificazioni, che non affrontava le sue responsabilità, che era preda della sua paura infantile, che non aveva cercato un riscatto dell’irresponsabile gesto che aveva fatto, che si lamentava come un ragazzino che sta per mettersi a piangere.

Mi stacco dall’identificazione delle singole persone, il giudizio sulle quali non spetta a me. De Falco e Schettino sono per me due simboli: in De Falco ho sentito l’attivazione dell’archetipo e un flusso di energia maschile positiva che mi ha dato vigore. È lo stesso che accade quando leggi le belle pagine di Tolkien su Aragorn o Faramir,  oppure ascolti il discorso di Enrico V prima della battaglia di Anzicourt nell’omonima tragedia di Shakespeare. Dall’altro capo del telefono ho sentito invece alcuni dei cancri che rodono al cuore le radici della nostra civiltà occidentale: il lamentismo dell’eterno Nonvogliocrescere, la  piccineria vigliacca del non fermarsi del pirata della strada, il “non è colpa mia!” sempre e comunque e via orripilando: la mancanza, insomma, di un uomo adulto.

Sono convinto che una delle tragedie della nostra civiltà occidentale sia l’epidemia inarrestabile di misandria, a tutti i livelli. Abbiamo tolto dai propulsori del nostro vivere quotidiano l’energia maschile sana, quella che dovrebbe farci coraggiosi, pronti al sacrificio, capaci di difendere ciò a cui crediamo, ad auto-trascendere i nostri bisogni immediati in vista di un valore più alto, quelle risorse che solo possono essere trasmesse ai figli da un padre.

L’abbiamo sostituita con i gridolini isterici di una banda di peter pan ombelicocentrici, o con la violenza cieca e ottusa dei Conan-il-barbaro, ombra (nel senso junghiano) degli archetipi maschili fondamentali. E tutto questo non è avvenuto per una cieca fatalità storica. La de-maschilizzazione è una delle componenti del delirante progetto di distruzione della civiltà occidentale, in favore di una nuova antropologia, che dura da un’ottantina di anni.

Il risultato mi pare evidente.

Salti qualitativi

Salti qualitativi
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 26 de dezembro de 2011

(originale in portoghese)

Quando parlo della trasmutazione di diritti umani elementari in strumenti di controllo oppressivo, per favore, risparmiatevi di vedere in questo fenomeno un processo storico-sociale spontaneo, un “risultato non premeditato delle azioni umane”, come direbbe Max Weber. È una trasformazione pianificata. Strateghi di grande peso controllano il processo, sapendo che i risultati finali saranno molto differenti da quelli sperati dalla massa ignara dei militanti, utili idioti e, è chiaro, anche nemici. Nessuna proposta sociale venuta da cervelli marxisti ha mai – ripeto: mai – le finalità nominali con le quali si presenta al pubblico generale. Le vere finalità sono conosciute soltanto da coloro che hanno le qualificazioni intellettuali per partecipare alle discussioni serie in un circolo più discreto di pianificatori e di leaders. Nulla è segreto, ma, in pratica, la logica della cosa è inaccessibile tanto ai militanti comuni quanto, e ancora di più, al pubblico dei non addetti ai lavori.
Un esempio classico è la strategia Cloward-Piven (qui un articolo di Olavo a rispetto che cita esplicitamente in questo articolo; qui un articolo in inglese su questa strategia, NdT), fatta passare come un piano di aiuto a bisognosi, ma, nel circolo più intimo, ammessa francamente come un artificio per generare crisi economica, far fallire la previdenza sociale e lasciare, alla fine dei conti, i bisognosi ancora più bisognosi – ciò che sarà in seguito sfruttato per imprimere al movimento un “salto qualitativo”, passando dalle mere rivendicazioni previdenziali al clamore rivoluzionario ostensivo del Occupy Wall Street. Tutto questo pensato con mezzo secolo di anticipo. Il pubblico non addetto ai lavori e perfino gli stessi analisti politici usuali perdono presto il bandolo della matassa e non fanno caso alla continuità del processo, mentre i pianificatori comunisti, abituati a calcoli a lunghissima scadenza, continuano a condurre il flusso della trasformazione in una confortevole invisibilità, travestiti da “fattori strutturali”, “cause sociali” e mille e uno eleganti travestimenti verbali che impediscono al pubblico di vedere i veri agenti che stanno dietro a tutto.
L’espressione “salto qualitativo” è la chiave di tutto l’affare. Nessun intellettuale marxista di un certo peso ignora questa teoria di ispirazione hegeliana, esposta da Mao Tze Tung ma implicita nella dottrina di Marx fin dall’inizio. Dice che ogni accumulazione quantitativa, oltrepassato un certo limite, produce un cambiamento della qualità, dello stato, delle proprietà del fattore accumulato. L’esempio classico citato da Mao è quello dell’acqua che, scaldata, si trasforma in vapore, perdendo le qualità che aveva nello stato liquido e acquisendone di nuove inerenti allo stato gassoso.
Questa non è, come pensava Mao, una legge universale, applicabile a tutte le sfere della realtà. È comunque una constatazione empirica, che vale per certi insiemi di fenomeni, specialmente della società umana. Mi sono basato su di essa, ad esempio, per descrivere la figura del “metacapitalista”: il tizio che si arricchisce a tal punto con la libertà economica che, passato un certo punto, non può più assoggettarsi alle oscillazioni di mercato e deve passare a controllarlo. La trasfigurazione del capitalista in monopolista è un “salto qualitativo”. L’immagine dell’acqua e del vapore non è una formula generale, è solo un simbolo, che condensa analogicamente vari processi simili. Ma, dentro di certi limiti, questi processi funzionano.
Ogni volta che la intellighentzija rivoluzionaria lancia campagne che in modo persistente spingono la società in una certa direzione, è perché sa che l’accumulo di forze in questa direzione finirà per arrivare a un “salto qualitativo”, sviando l’insieme verso una direzione totalmente differente e producendo risultati che la maggioranza tonta contemplerà attonita, senza sapere di dove essi sono venuti. Solo alla luce del calcolo marxista questi risultati hanno un senso, ma anche dentro il movimento rivoluzionario solo gli happy few sanno fare tale calcolo e gestirne la sua applicazione razionale. Non è argomento per qualsiasi militante scemo, né per qualsiasi scemo liberal-conservatore che misuri il QI dei comunisti con il proprio.
La facilità con la quale gli artefici del cambiamento rivoluzionario portano la società dove vogliono loro contrasta in modo assolutamente patetico, è vero, con la loro totale incapacità di creare una economia decente a partire del momento in cui distruggono l’ultimo nemico e assumono il controllo assoluto del potere statale.
I liberali, che solo pensano all’economia e vedono l’impotenza del socialismo in questa area, deducono da ciò che il marxismo è falso in tutto, un monte di cretinate che non merita attenzione. Ma il marxismo è una teoria economica solo in apparenza. A rigore, è la teoria e la strategia della trasformazione rivoluzionaria della società – e, in questo campo, è perfettamente realista ed efficiente. Il fatto che non serva per far prosperare una economia non significa che sia incapace di distruggere molte economie, molte società e molte nazioni, e, perfino nel più maestoso fallimento economico, aumentare il potere internazionale della élite rivoluzionaria, come di fatto è successo dalla caduta dell’URSS. Il sentimento di superiorità che i liberali hanno davanti al marxismo è come quello di un impresario di boxe che, per il semplice fatto di saper fare soldi con questo sport, si immaginasse per questo capace di salire sul ring e mettere KO Wladimir Klitschko. Non esiste superiorità assoluta, trasferibile automaticamente a tutti i dominii dell’azione umana. Io, ad esempio, sono capace di fare a pezzettini qualsiasi conferenziere comunista che faccia il gradasso con me, ma, se dovessi competere con uno di loro in materia di succhiare finanziamenti statali, non saprei nemmeno per dove cominciare. Questi soggetti, quanto più perdono i dibattiti tanto più si riempiono di soldi.

Oppressione seduttrice

La tecnica dell’oppressione seduttrice

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 19 de dezembro de 2011

(originale in portoghese)

Oggigiorno, negli USA, un padre di famiglia può venir espulso di casa, con la proibizione di vedere i figli e obbligato a versare quasi tutto il suo salario in alimenti, anche senza che ci sia una sola prova che abbia fatto o pensato di fare una qualsiasi cosa sbagliata. Basta che sua moglie dica alla polizia – anche senza nemmeno un testimone – che egli ha minacciato di picchiare o di abusare dei figli. Quando il poveretto è avvisato che ha ventiquattro ore per uscire da casa e vedere la propria vita dissolversi in aria come vapore, egli si reca dalla polizia e reclama che non è giusto essere condannato senza un minimo diritto di difesa. L’autorità, allora, con l’aria più tranquillizzante dell’universo, risponde: “Amico mio, non c’è bisogno di difesa perché lei non sta venendo accusato di nulla. È solo una misura precauzionale – che può, questo è vero, essere rinnovata indefinitamente e durare per tutto il resto della sua porca vita. Lei verrà arrestato solo se violerà l’ordine, tentando di incontrarsi con i suoi figli fuori dagli orari prescritti (se ve ne saranno) o passando vicino dalla sua vecchia casa in un raggio, diciamo, di due chilometri, o cercando briga con la sua signora nel caso che ella, liberata dalla sua oppressiva presenza, vada a letto con uno, due o quindici uomini. Mi stia bene.”

Il cinquanta per cento dei bambini americani vive senza uno dei due genitori – quasi sempre senza il padre. Una delle conseguenze dirette è l’aumento esponenziale dei casi di pedofilia domestica, dove le statistiche mostrano che il responsabile è quasi sempre il compagno della madre. Nelle università, i discepoli di Georg Lukács e Theodor Adorno si fregano le mani, vedendo compiersi senza grosse difficoltà, e con il commosso appoggio del buonismo protestante e cattolico, il progetto marxista di distruzione della famiglia, che i loro maestri vedevano come condizione indispensabile al trionfo del socialismo.

Tutto questo iniziò con l’aria più inoffensiva che si possa immaginare, come campagna di protezione della donna contro “l’oppressione machista”. Chi, in retta coscienza, sarebbe contro una cosa del genere? Poco a poco, nella misura che acquista forza di legge, la provvidenza umanitaria comincia ad ampliare il suo raggio fino a trasformarsi in un incubo, in uno strumento di oppressione mille volte peggiore dei mali che le sono serviti di pretesto, perché adesso è ufficiale e si sostiene con il potere della polizia, dei tribunali, del sistema educativo e della propaganda massiccia che demonizza gli accusati al punto che nessuno ha più il coraggio di dire una parola in loro favore.

E i risultati sociali catastrofici? Sono spiegati come effetti di altre cause, che a loro volta forniscono il motivo per altre misure umanitarie, consegnando sempre di più a gruppi di attivisti cinici il monopolio dell’autorità morale e estendendo in modo illimitato il potere di intervento della burocrazia statale nella vita privata. Il problema è, ad esempio, la pedofilia? Si accusa l’educazione cattolica (sebbene il numero di pedofili tra i preti sia minore di qualunque altro gruppo di educatori) e, con un poco di abilità, si convince persino il Papa a prostrarsi davanti ai mass-media urlanti. I ragazzi educati senza un padre sono insicuri, timidi, deboli? Ottimo. Con qualche giochetto retorico, sono portati a credere che sono transessuali latenti, disadattati, poverini, nell’ambiente sociale machista. Sono turbolenti, anti-sociali? Ancora meglio. Ecco la prova che la società capitalista è intrinsecamente violenta, generatrice di brutalità. E così via. Ogni nuovo effetto malefico della guerra culturale porta con sé già pronta, preparata in precedenza, una teoria ingegnosa che butta la colpa sulla famiglia, sulla religione, sul capitalismo – su tutto e su tutti, eccetto sugli autori dell’effetto, gli attivisti pagati con i soldi dei contribuenti per pianificare, nelle università, la meticolosa e sistematica distruzione della società.

La tecnica è sempre la stessa. Primo, si scopre un gruppo sociale scontento e si indicano i colpevoli, producendo contro di essi una tempesta di libri, films, tesi universitarie, programmi di TV, articoli di giornale, conferenze, dibattiti, tutto quello che volete. Segnati a dito in pubblico, guardati con sospetto dai vicini, i membri del gruppo accusato cominciano a ritenere prudente distanziarsi dal gruppo, cambiando il vocabolario, cambiando i propri comportamenti, per infine unirsi al coro degli accusati, per dare una maggior verisimiglianza alla loro conversione. L’atto successivo è concepire leggi e provvedimenti amministrativi per legare le mani ai malvagi e, dopo, punirli. Vinta la battaglia legislativa, inizia la tappa decisiva: “ampliare la democrazia”, estendere l’area dei “diritti” conquistati fino a che, dialetticamente, si convertono in mezzi di oppressione statale contro i quali ormai non si potrà più dire nulla senza incorrere, ipso facto, nel sospetto di essere un reazionario nostalgico dei vecchi mali, già superati, “incompatibili con l’alto stadio di civiltà nel quale ci troviamo”.

Il circuito è così ripetitivo che le sue vittime non lo percepiscono con chiarezza solo perché, nel decorrere del processo, hanno via via acconsentito che venissero tagliate le proprie lingue e di parlare soltanto il linguaggio dei propri accusatori, diventando, automaticamente, incapaci di proteggersi. In Brasile, la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, enfatizzando il proprio “orrore a verso qualsiasi discriminazione” nell’instante stesso in cui muove una debole opposizione al progetto di legge PL 122 [progetto di legge “anti-omofobia” che di fatto criminalizza, penalmente, ogni espressione di disaccordo con l’agenda gaysta, che vede le Chiese tra i principali obiettivi della legge, NdT] è l’esempio di più chiaro al momento.

Pensate a questo quando vi sentirete tentati a credere che le leggi “anti-omofobiche” abbiano qualcosa a che vedere con i diritti umani degli omosessuali o di chi volete. Hanno invece a che vedere, questo sì, con la soppressione della libertà di coscienza, compresa quella degli stessi omosessuali che desiderano restare cristiani e che, oggi o domani, desidereranno difendere il proprio diritto di pensare – come lo pensarono Oscar Wilde, Julien Green, Octávio de Faria, Lúcio Cardoso, Cornélio Penna e tanti altri omosessuali illustri – che quello che fanno a letto, sebbene paia loro irresistibile e sommamente delizioso, sia un peccato.