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Stasera la mia connessione ha deciso di boicottare il caricamento di file. Ok, mi limito a un post “leggero”. Qui Olavo fa alcune osservazioni sulla realtà accademica in Brasile, ma credo che sia assolutamente vero anche dalle nostre parti. Come è figo fare il “relativista”! Ma…

(tratto da: “Due notarelle” di
Olavo de Carvalho/
Zero Hora, 30 aprile 2006/
http://www.olavodecarvalho.org/semana/060430zh.html)

“La filosofia è un’avventura spirituale estrema, nella quale tu non ottieni nulla se non ci giochi il tuo benessere, la tua posizione nella comunità e la tua sicurezza psicologica. Ma sono tre cose che in generale i brasiliani apprezzano al massimo grado, forse per il fatto di vivere in una società così instabile e di aver bisogno disperatamente di stampelle psicologiche. La maggior parte delle persone che immaginano di voler studiare filosofia sono soltanto in cerca di una professione universitaria, di una identità di gruppo o di una credenza collettiva che dia loro sicurezza. Mai pagherebbero il prezzo della solitudine intellettuale necessaria al genuino esercizio della filosofia.
È carino, ad esempio, fare discorsi contro le certezze, simulare indipendenza mediante l’apologia del dubbio. Questo è diventato quasi un biglietto di ingresso nei circoli ben pensanti. Ma è una cosa totalmente diversa restare immerso davvero in un mare di dubbi, senza altro polo di orientamento che il desiderio fermo di incontrare prima o poi la verità. Questa esperienza è assolutamente inaccessibile alla generazione di studenti che, a cominciare dalla prima lezione, sono anestetizzati con iniezioni di marxismo-decostruzionismo, una mistura letale destinata ad infondere nei cervelli la credenza doppia e paralizzante che, da un lato la verità non esiste e, dall’altro, che essi già la posseggono in dosi sufficienti per sapere con precisione quali sono i mali del mondo, chi ne è il colpevole e cosa si deve fare per eliminare in un sol colpo mali e colpevoli. Intossicate in questa dissonanza cognitiva fin dalla tenera età, non meraviglia che le vittime di questo laboratorio degli orrori che è l’insegnamento universitario brasiliano diventino cronicamente incapaci dell’esercizio della filosofia e diventino disposte ad accettare sotto questo nome qualsiasi surrogato di terz’ordine che i propri professori forniscano loro”.

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