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Un aspetto che sempre mi colpisce nelle conversazioni circa avvenimenti di politica internazionale, a parte la profonda ignoranza di fatti come il Foro di San Paolo da parte dei giornalisti – anche seri – quando trattano argomenti come il Sud America (senza sapere nulla del Foro di San Paolo si rende ipso facto inutile ogni analisi di quel continente), è vedere come scattino automatismi di linguaggio dovuti a nozioni che ormai hanno perso ogni funzione denotativa, ossia non corrispondono più alla realtà a cui si dovrebbero riferire, diventando semplici “mezzi” di scambio di emozioni o sentimenti, ma sprovvisti del tutto di una qualche capacità di mettere in relazione con la realtà. Un esempio è l’uso di “interessa nazionale” quando si cerca di capire la politica di un paese: “L’America agisce così perché i suoi interessi sono etc.”. In quel “America” si pensa rientri il governo, mentre la maggior parte delle volte sono i capitali di Soros, Rockfeller e compagnia bella, con i loro progetti deliranti di Nuova Umanità. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Qual è la questione che dovrebbe esserci chiara?

“Praticamente tutto il linguaggio del giornalismo politico che circola oggigiorno è stato creato per descrivere un mondo che non esiste più – il mondo del dopoguerra. Le notizie non possono più riflettere i fatti perché sono pensate e scritte secondo schemi descrittivi troppo ristretti per la situazione odierna. I mutamenti che sono avvenuti lungo gli ultimi cinque decenni nel quadro internazionale sono talmente giganteschi che sfuggono all’orizzonte di visione del giornalismo – così che i fatti più importanti restano fuori dal notiziario o ricevono una copertura irrisoria, mentre cose futili meritano attenzione spropositata”.

(è l’incipit dell’articolo di oggi)

Il mondo di oggi nel linguaggio di ieri

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