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Da più parti si osserva come il fenomeno descritto da Orwell in “1984” sia in piena attività e proceda a gonfie vele per impiantare, insieme al “nuovo” vocabolario, un “nuovo” modo di pensare. Questo è l’obiettivo, diremmo, strategico. Ma c’è anche un uso “tattico”: quello di spostare l’attenzione, mediante artifici lessicali, dai veri punti nevralgici di un dibattito. L’esempio più clamoroso è quello sull’aborto, dove la vera questione “Il feto è un essere umano o no? Abortire, quindi, è un omicidio o no?” è stata abilmente spostata sul terreno dei diritti individuali. Lo stesso processo sta avvenendo sull’eutanasia. Leggevo riportato su Avvenire un ennesimo esempio di questo “lavoro” sulle parole. La stampa, la TV lo fanno quotidianamente, è un trattamento “ipnotico” continuo: talvolta per semplice ripetizione automatica di riflessi verbali (indotti in origine e che adesso, come riproduzione di conigli, vanno avanti da soli), talvolta con un disegno ben preciso.

« Una stampa che sottomette i propri lettori a questo trattamento non ha la più pallida idea di cosa siano democrazia e libertà di opinione, poiché si sforza di liquidarle nel momento stesso che dichiara di volerle difendere. Non c’è dibattito possibile senza l’accesso cosciente ai problemi disputati. Tanto quanto la censura aperta, il trasferimento volontario delle scelte verso il regno nebuloso delle reazioni incoscienti è un abuso di autorità, una prepotenza cinica che sopprime il diritto di sapere, fondamento del diritto di dare opinioni»

(un vecchio articolo di Olavo, sempre attuale)

Sulla servitù ipnotica

Un AGGIORNAMENTO: un bellissimo post sugli effetti della neolingua

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