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Stamani ho letto questo articolo (e poi questo). Se anche non fosse vero (lo dico per cautelarmi…) sarebbe una bella parabola, una pagina di letteratura per indicare un comportamento comune, quasi banale. A prima vista verrebbe da etichettarlo come semplice ipocrisia, un mero caso di furbesco adattamento a una situazione contingente. Propongo invece di vederlo a un livello più profondo. Il protagonista di questa parabola (sempre per cautelarmi) scatena degli amori e delle passioni che sarebbero ben strani in persone mediamente sane di mente. Ecco il punto: la tesi che sosteniamo è che ci troviamo davanti a una profonda malattia dell’anima. Come può un personaggio del genere essere paladino dell’etica quando lui stesso, che accusa gli altri di non esserlo, non lo è in prima persona? Questa non è mera ipocrisia: questa è malattia. Dell’anima. Gravissima. E chi gli crede non sta certamente meglio. E’ l’inversione rivoluzionaria. E’ la mente rivoluzionaria, prigioniera del suo delirio. La tesi centrale di Olavo è che questo non è una figura di linguaggio ma descrizione di un fenomeno.
Ecco oggi un bellissimo testo allegato sull’importanza degli “atti senza testimoni” come base per la formazione di una retta coscienza morale. Evidentemente assente nel personaggio della parabola…

Questa è la differenza tra la grandezza morale della coscienza individuale e quella appaltata dell’imbecille collettivo.

“Soltanto la coscienza individuale dell’agente rende testimonianza degli atti senza testimoni, e non c’è atto più sprovvisto di testimoni esterni dell’atto di conoscere”

Senza testimoni

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