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Il post di L’Osteria volante è splendido nella sua acutezza. Se ci fermassimo ogni tanto a farci un auto-esame come quello che l’Oste ha fatto, ne troveremmo molti di questi esempi. Vigilare sulla lingua, impedire di essere trascinati in discussioni dove si debba essere costretti ad accogliere il vocabolario imposto da uno psicotico rivoluzionario significa perdere subito non solo la discussione, ma anche la capacità di pensare correttamente i dati del problema ( in uno dei suoi aforisimi il “terribile” colombiano Nicolás Gómez Dávila scrive «Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo.
Prima di diventare espliciti nelle proposizioni i giudizi sono impliciti nei vocaboli»). Facciamo caso ai “dibattiti” in tv: il linguaggio ha perso la sua funzione denotativa. Per dirla con Olavo nell’articolo allegato, “La lingua dei nostri dibattiti pubblici si sta riducendo a uno strumento con il quale si può insultare, denunciare, accusare, calunniare – ma con il quale non si può comprendere niente. Lo scrittore che, per paura di interpretazioni maliziose, si ribassi a scrivere nei canoni di questa lingua, smetterà presto di essere uno scrittore per essere un garçon di fast-food mentali”.
Miseria linguistica

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