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Ecco il secondo articolo della serie di cinque che Olavo ha dedicato all’analisi di alcuni elementi della mente rivoluzionaria “in azione” nella società brasiliana. Ciò di cui parla in questo testo è il campo della giustizia. Abbiamo visto, e vediamo, anche da noi come ci sia sempre di più un isterico e ben alimentato odio rancoroso verso i reati “finanziari”, mentre una generale inclinazione a “scusare” reati ben più gravi e odiosi, come perfino l’omicidio o la rapina. Da dove viene? E’ solo un caso? Come mai accade in Brasile e accade anche qui? E se fosse conseguenza di qualcosa di più profondo di una semplice coincidenza?

Suum cuique tribuere, “dare a ciascuno il suo”, è la stessa definizione di giustizia. Da qui deriva il principio essenziale del diritto moderno, che è la proporzionalità tra delitti e pene. Un codice penale – qualsiasi – non è altro che un sistema di proporzionalità. Quando questa nozione scompare dall’orizzonte della coscienza non solo dei facitori di giustizia, ma anche da quella di coloro che le danno sostegno culturale nei mass-media e nel sistema educativo, qualsiasi possibilità di discussione razionale della gravità relativa dei crimini, e quindi delle pene che competono loro, è eliminata dal panorama sociale. Al suo posto, entra la volontà arbitraria dei nuovi agenti, interamente fondata sull’odio e sull’invidia, disposta ad applicare, secondo le proprie convenienze gruppali, ad alcuni i rigori di un purismo inflessibile, ad altri le più confortabili attenuanti del relativismo culturale.

Inversione retorica e realtà invertita

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