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Ci sono delle immagini che a volte uno pensa che possano esistere soltanto in qualche film degli anni ’50 o ’60. Una di queste è cenare in santa pace in una trattoria romana, una domenica d’estate, fuori dal caos turistico trasteverino e senza dover risalire l’Appia per andare ad appollaiarsi sui castelli. Qualche giorno fa lo stavamo vivendo, io l’Oste e la Locanderia. Eravamo rimasti soli nella sala e conversavamo amabilmente su tante cose. Ad un certo punto la conversazione cade su un argomento impronunciabile e senza avvedercene, quando pronunciavamo quella parola, abbassavamo il tono della voce, quasi guardandoci intorno per assicurarci che nessuno potesse udirci (ed eravamo, ripeto, soli nel locale). Ad un certo punto me ne accorgo, fisso l’Oste e dico: “Hai visto come abbassiamo la voce quando diciamo…”. L’Oste mi fissa: “Mio Dio, lo psicoreato…”

Ho pensato a questo aneddoto quando ho letto la conferma della sentenza di condanna da parte del Supremo Tribunale Federale brasiliano, contro un sacerdote cattolico, Padre Luiz Carlos Lodi da Cruz. Il padre è stato condannato per aver posto nella didascalia della foto di un’antropologa a favore dell’aborto l’aggettivo “abortista” riferendosi alla suddetta. La proibizione dell’aggettivo è un indice tremendo della confusione mentale a cui il politicamente corretto (sia come arma di una più ampia strategia, ovviamente, sia come effetto della mente rivoluzionaria) porta necessariamente. Ecco un recente articolo di Olavo che commenta, con la consueta lucidità e ironia, la mostruosa sentenza.
Suprema iniquità

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