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Rubens

Lettere a mia nipote II

Cara Ele,

per iniziare a studiare ricordati una cosa. Si studia e si scrive non per essere accettati dagli altri, dicendo le cose che gli altri vogliono sentirsi dire, che accarezzino "per il verso del pelo" le orecchie di chi ci ascolta, così che ci dicano "bravo!" o "sei dei nostri", dandoci il tanto agognato biscottino dell´accettazione. Così come non si scrive solo per contrariare, per scandalizzare, per orrorizzare: che è un altro modo per fare la stessa cosa: invece che scondinzolare, far finta di essere feroci, abbaiando e magari anche facendo la pipì nel salotto buono delle madames che vogliamo divertire.

Gli unici dei quali dobbiamo temere il giudizio, sono i grandi, sono coloro che formano la comunità degli spiriti alti del passato. Sono gli unici che devono farci arrossire o esaltare, indipendentemente da quello che possano gracidare le ranocchie politicamente corrette e di sinistra degli stagni odierni che sono le nostre scuole e le nostre università.

Tu resta unita a questi alti spiriti, e lascia che vadano a rotolarsi nel fango progressista tutti gli altri.

Tratto da:

Formatori di Opinione

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 5 de agosto de 2009

http://www.olavodecarvalho.org/semana/090805dc.html

 

(…)

Uno degli elementi basilari dell´educazione consiste nell´imparare dei comportamenti verbali che ci identifichino con i gruppi sociali dei quali necessitiamo l´approvazione. Si tratta di tutto un processo complesso e laborioso di mimetizzazione dei sentimenti, abitudini, modi di dire, pregiudizi e manie che ci liberano dall´angosciante isolamento corporale al quale ci ha condannato la natura delle cose e ci danno l´impressione di essere “qualcuno”, almeno agli occhi degli altri, dai quali atteniamo così una confortante conferma della nostra esistenza e perfino, nel migliore dei casi, della nostra importanza.

Completato questo apprendistato, alcuni individui passano alla tappa successiva, che è quella dell´acquisizione della cultura alta. Qui non si tratta più di ottenere l´approvazione dei nostri contemporanei, ma di dialogare con i grandi uomini di altri tempi e luoghi, che non ci giudicano per la nostra sopravvivenza a un determinato ambiente sociale, bensì per la fedeltà a valori e criteri che non sono di alcuna epoca, anzi che costituiscono la condizione di possibilità per un salto tra le varie epoche. Questo apprendistato va, fatalmente, nella direzione opposta a quella del precedente. Quando non cerchi più l´approvazione di un qualunque ambiente sociale presente, ma quella di Aristotele, di San Tommaso, di Shakespeare e di Leibniz, allora sai che da essa non ti verrà probabilmente alcun beneficio esteriore, ma solo l´acquisizione di quella coscienza intima, di quella sincerità profonda che ti permetterà di essere, di fatto, “qualcuno”, non agli occhi degli altri, ma a quegli della comunità sovra-temporale della conoscenza, anche se al prezzo di diventare relativamente incomprensibile ai contemporanei. A partire da quel momento sarai capace di dire come Don Chisciotte: “Yo sé quien soy” – [“Io so chi sono”] e l´opinione di chi ti circonda non potrà influenzare in nulla quello che avrai imparato mediante il vissuto spirituale diretto, solitario, senza alcun testimone o interlocutore oltre alla comunità dei sapienti defunti. Quando san Tommaso d´Aquino raccomandava “Abbi sempre davanti a te lo sguardo dei maestri”, egli sapeva quanto l´integrazione dell´anima nel dialogo sovratemporale potesse costare in termini di solitudine di spirito, ma sapeva anche che tale solitudine è l´unico terreno dove germina il desiderio di conoscere Dio (a meno che Dio, è chiaro, non decida di parlare con te in altri modi).

La sanità di qualsiasi raggruppamento umano – un paese, ad esempio – dipende dal fatto che in esso esista un numero sufficiente di persone dedicate a questo seocndo apprendistato. È solo per mezzo di queste persone che la conversazione contemporanea acquista un posto e un senso nel quadro dell´universalmente umano, invece di sfaldarsi in una infinità di piccinerie che appaiono importanti soltanto a causa della ragione inversa della scala del tempo storico nella quale sono misurate.

Poiché l´alta cultura è scomparsa in Brasile, l´uso del linguaggio nei dibattiti pubblici si limita oggi ai fini del primo apprendistato: le persone non parlano o scrivono per esprimere in parole una qualche esperienza interiore autentica, ma per sentire che hanno centrato nel segno il tono e lo stile della platea alla cui approvazione anelano per rinforzare la propria vacillante identità personale mediante il timbro di un gruppo di riferimento. Ecco la loro necessità costante, ossessiva, di ostentare buoni sentimenti, intendendo come tali i sentimenti approvati dal gruppo (e che possono, sicuramente, sembrare disprezzabili o abominevoli ad altri gruppi)

Poiché il gruppo dominante nei mass-media e nelle università oggigiorno è sinistrista e politicamente correto, il cosiddetto “dibattito nazionale” è solo un torneto pe decidere chi personifica meglio l´amore senza fine alle “minoranze” ufficialmente approvate come tali e il totale disprezzo per le altre minoranze, ad esempio gli evangelici o i cattolici tradizionalisti (i giudei sono un caso assai complicato perché obbligano le intelligenze di questi illuminati a ingegnosissimi contorsionismi verbali per conciliare il sacrosanto rispetto per i giudei morti e l´odio viscerale per quelli vivi).

Quando, in una botta di indipendenza personale, uno resta orrorizzato davanti a qualche eccesso politicamente correto e scrive due o tre parole per criticarlo, prende le più estreme precauzioni per mostrare che lo fa soltanto nel puro interesse degli stessi gruppi presi in considerazione, reintegrando dialetticamente il momento di apparente infedeltà nel fondo immutabile della fedeltà essenziale. Queste dimostrazioni di “divergenza”, le più estreme che lo standard nazionale oggi permetta, arrivano perfino ad essere applaudite come prove di originalità, eccellenza intellettuale e coraggio quasi suicida. L´individuo capace di questi controllatissimi impeti diventa, nello standard generale vigente, la personificazione più prossima di quello che sarebbe, in condizioni normali, il rappresentante dellálta cultura.

E questo che, nel Brasile di oggi, si chiama “formatore di opinione”: un adolescente in cerca di integrazione sociale, che si sforza di imitare il linguaggio e i modi di un gruppo di riferimento, al massimo fingendo a volte un poco di disaccordo per poter essere approvato, non come un membro qualsiasi tra gli altri, ma come un “intellettuale”, forse perfino come un “pensatore”.

 

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