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Era il 28 agosto del 2003. Quello che racconto è vero, ognuno pensi quello che vuole. A me questo ricordo sovviene spesso, soprattutto quando sono a Roma e sento suonare, alle 21, la bellissima – e tristissima – campana di Santa Maria Maggiore.
 
Mi trovavo a Santa Rita do Sapucaí, nello stato brasiliano di Minas Gerais. Ero stato a trovare un amico ingegnere, oggi sacerdote gesuita, che lavorava come Rettore nella locale Scuola di Elettronica (questi gesuiti fanno davvero di tutto). Dopo aver visitato l’istituto e chiacchierato amabilmente, eravamo andati a cena fuori insieme ad altri colleghi. Al nostro ritorno nell’Istituto, dove lui viveva e dove mi ospitavo, mi propose di continuare la nostra conversazione iniziata al ristorante. Prima, però, doveva andare ad attivare non ricordo quali circuiti per degli esperimenti da fare all’indomani.
Mentre lo aspettavo iniziai a passeggiare per una specie di chiostro interno, recitando il Rosario, quando vidi la gatta della casa entrare nella Cappella con qualcosa in bocca. Sul momento pensai che avesse preso un topo e che fosse andata in un luogo decisamente errato per mangiarselo. Incuriosito e con la volontà di convincere la gatta a scegliersi un luogo differente per la sua cena, entrai nella Cappella. La intravidi, nella semioscurità, vicino a un inginocchiatoio, acciambellata, senza il topo. Sempre al buio, mi avvicinai e la toccai leggermente, per farla andare via, ma nulla. Sembrava applicasse una qualche tecnica di resistenza passiva. La presi allora per la collottola, allontanandola dall’inginocchiatoio. Si lasciò docilmente spostare, poi, lentamente, tornò ad accovacciarsi al solito punto, vicino al topo che adesso i miei occhi abituati al buio, iniziavano a scorgere. Non avendo alcuna voglia di toccare il topo, mi alzai e uscii, con l’idea di avvisare il mio amico.
Mentre continuavo a passeggiare fuori, sento delle urla: uno degli anziani gesuiti della comunità era andato in Chiesa e aveva scacciato la gatta dalla Cappella. E qui accade qualcosa che non ho più dimenticato. La gatta iniziò a seguirmi. Mi sedetti su un muretto e guardai la gatta che, fin dal mio arrivo, non si era mai lasciata avvicinare, se non poco prima nella cappella. La gatta saltò sulle mie ginocchia e iniziò a fissarmi. Poi si rizzò sulle zampe posteriori, appoggiando le anteriori sul mio petto, avvicinando il musetto ai miei occhi e guardandomi dentro. Io ero come paralizzato dal fascino misterioso della situazione. Poi la gatta guardò la corona che avevo in mano e ritornò a fissarmi. Ammetto che un pensiero strano passò nella mia testa: “Questa gatta vuole pregare? O forse vuole che continui io a pregare?”. In quel momento giunse il mio amico. Lo informai del topo e della storia della gatta. Lui mi chiese: “Sei sicuro che fosse un topo?”, “Beh”, risposi, “Cosa poteva essere? Non certo un cheeseburger”. Mi alzai allora per recarmi in cappella con il mio amico e la gatta ci seguì. Questa volta accendendo la luce vidi presso l’inginocchiatoio uno spettacolo penosissimo: non era un topo, ma uno dei gattini che la gatta aveva partorito da poco tempo. Era morto. La gatta arrivò, ci guardò e si acciambellò attorno al suo gattino morto. Come inebetito mi alzai, uscendo di nuovo nel chiostro, mentre il mio amico andava a prendere qualcosa per rimuovere il gattino. La gatta iniziò a seguirmi per il chiostro, miagolando come mai ho risentito dopo, con una specie di pianto e lamento, non certo umano ma neppure – almeno a me così parve –“soltanto” animale. Pianse così, sotto la mia finestra, tutta la notte. Lo so, lo so che è proiezione antropomorfica, ma mi venivano in mente le parole del profeta Geremia vox in excelso audita est lamentationis fletus et luctus Rachel plorantis filios suos et nolentis consolari super eis quia non sunt. Inutile dire che dormii ben poco.  
L’indomani, molto presto, uscii per recarmi alla Rodoviaria a prendere il pulmann che mi avrebbe portato a Mococa. Mentre camminavo mi venne di voltarmi: la gatta mi seguiva. Arrivò fino al cancello, si sedette e iniziò di nuovo a piangere, mentre io mi allontanavo, con la mia valigia, trattenendo un flusso di lacrime che non chiedevano altro che di uscire. Furtivamente uscirono, prima di entrare dentro l’autobus, irrigando il mio pensoso silenzio durante le molte ore successive di viaggio. 
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