Ci sono alcuni modi di pensare alla morte e ai propri defunti che hanno sempre agito su di me con due sentimenti contrastanti: un certo fascino di attrazione (come quando ci si sporge verso uno strapiombo e per un momento ti attraversa il desiderio di lanciarsi nella sua profondità) e una istintiva repulsione, come se la cosa non potesse appartenermi. Uno di questi è la descrizione della morte del mondo stoico. Certe pagine di Seneca o di Marco Aurelio mi affascinano. Certe immagini come quella del frutto maturo che staccandosi dal ramo sorride della caduta benedicendo, al contempo, il ramo che lo ha portato fino a quel momento; oppure il commensale che arriva alla fine del pranzo e semplicemente si alza ed esce (se non si è alzato prima della fine del pranzo…), ringraziando il padrone di casa e gli altri commensali. Da un lato questa serenità affascina, dall’altro mi lascia il pungente retrogusto del nulla. Una sensazione simile, anche se meno serena degli stoici, me l’ha data il "Congedo del viaggiatore cerimonioso", di Giorgio Caproni: si scende dal treno, salutando tutti, con gentilezza e un po’ di dispiacere. Ma…
Oppure la sensazione che esprimo con un’immagine: quella del cimitero degli Inglesi a Firenze, vicino al quale ho abitato per molti anni. L’immagine del romanticismo neoclassico, freddo come i marmi e le colonne della loro Grecia cerebrale mi dice tristezza, sospiri davanti alle urne "all’ombra dei cipressi" e al pianto che conforta i vivi solo fino a un certo punto: non certo i morti che, in questa prospettiva, hanno fatto ormai fuggire pure la Speranza, l’ultima dea, come dice il nostro Foscolo. La morte si impone improvvisa, come nelle Rimembranze di scuola del Carducci, altro poeta "greco" in questo senso, quando scende dalla tribuna e si fa intimo. Ma senza speranza.

Quanta luce, invece, incontro nelle parole di M. Luzi, in quella meravigliosa poesia che è Il duro filamento. La poesia inizia con le parole della madre già defunta, che saranno poi ripetute, formando così un’inclusione, anche alla fine:

“Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo”.

Ci dice che è importante ricordare, qualche volta, i cari che già passarono. Ma che non ci si deve "soffermare troppo a lungo". Ossia, il ricordo soltanto è insidioso, può cristallizzarci nel passato, impedendoci di vivere il solo vero momento reale che abbiamo (il presente), azzarandoci il futuro. Qual è, allora, il vero modo della "vivificazione della memoria" senza la quale resteremmo prigionieri in uno dei modi di relazionarci alla morte, addomesticandola o perdendo le speranze; e di relazionarci con i nostri morti: inventandosi para-cerimonie assurde o relegandoli nella totale rimozione?

Udire voci trapassare insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità
vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
E’ arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso

C’è una definizione più bella della comunione dei santi? C’è una espressione più incisiva per dire che è la preghiera reciproca ("parola all’unisono di vivi e di morti") il luogo dove ci incontriamo, ci relazioniamo e continuiamo il nostro cammino insieme, in compagnia, fino al definitivo eterno vivere in Dio? Solo la preghiera e questa comunione rompe e demolisce ogni surrogato d’eterno con il quale cerchiamo di rispondere alla "madre di tutte le domande".

Ne  parliamo anche nell’editoriale di SOL

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