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Finita. L’apertura è stata giocata benissimo, così anche il mediogioco. L’orologio correva, ma chi era in Zeitnot era l’avversario. La posizione era solida, l’attacco che si stava subendo in fondo era l’ultima risorsa disperata di chi sa che ormai può solo cercare di muovere le acque, di pescare nel torbido. Le minacce erano solo apparenti, bastava soltanto attendere ancora un poco al controllo del tempo e la posizione dell’avversario sarebbe crollata come un castello di carte. Invece, il rumore nella stanza, le grida dei sostenitori, gli strani rumori fuori dalla finestra lo hanno distratto. Si è preso paura, si è innervosito e ha iniziato a temere. Prima l’offerta di patta (no! no!…) sdegnosamente rifiutata dall’avversario che, nonostante la posizione sulla scacchiera fosse perduta, ha iniziato a sorridere. Le minacce finte sono diventate vere, come spesso accade la difesa è diventata imprecisa, fino alla mossa che ogni rivista di scacchi potrebbe corredare dei fatidici "??", errore fatale. L’Azzuro ha fatto la cappella. Il Rosso ha mosso e ha vinto.
 

Il Rosso muove e vince

 

Heitor de Paola

(01/11/2009)

(Articolo originale in portoghese)

 

 

"Nella partita di scacchi giocata al momento nell’istmo dell’America Centrale i tradizionali colori bianco e nero sono sostituiti dal rosso – comunista – e azzurro – colore predominante nelle bandiere dei paesi di quelle regioni. Quando scrissi Lance de Grande Mestre  (“mossa da Grande Maestro”, NdT) avevo già previsto che Zelaya era arrivato per rimanere come pezzo fortissimo minacciando permanentemente scacco matto e rovesciare le sorti della partita a favore del Foro de São Paulo.

 

Detto, fatto! Dopo un’offerta di patta da parte del Governo costituzionale – Micheletti avrebbe rinunciato se Zelaya avesse fatto lo stesso, una specie di scambio delle Donne, sebbene fosse un gambetto rischioso – il Rosso non ha accettato, ha portato il pedone in ottava e ha preso un altro pezzo forte. Zelaya sa che ha le spalle protette dall’appoggio dell’amministrazione obaminevole che ha inviato il suo pezzo fortissimo, Shannon, per dare Scacco Matto all’azzurro (leggere qui per capire chi comanda nella politica obaminevole in Honduras). L’azzurro ha tentato una mossa disperata presso la corte dell’Aia che molto probabilmente non sortirà alcun effetto – e se anche lo sortisse – sarebbe questioni di mesi e la storia dell’Honduras allora già sarà un’altra. L’accordo Guaymuras è un tentativo di nascondere la sconfitta degli azzurri e salva la faccia a Micheletti, alla Giustizia e alle Forze Armate honduregne. Hanno accettato quello che Zelaya esigeva: la decisione sul suo ritorno – cosa in sé impensabile un mese fa – sarà decisa dal Congresso e non dalla Giustizia. Vince la democrazia ma perde il rule of law! Vince la decisione popolare, perde la legittimità della Corte che lo aveva destituito e mandato via dal paese. Vince la demagogia – il Partito Nazionalista, virtuale vincitore delle elezioni potrà votare a favore per non perturbarle e legittimare la nuova amministrazione davanti alla nefasta “comunità internazionale”.

Anche nel caso in cui il Congresso voti contro il ritorno di Zelaya – in tal caso le turbe zelayste metteranno a ferro e fuoco il paese – lo stesso accordo è già in sé una sconfitta della Legge.

In Nicaragua Ortega è riuscito a ottenere la rielezione perpetua e nessuno ci ha messo bocca. Al di là degli inevitabili e formali brontolii sottovoce della famigerata ONU, il resto del mondo resta a suo favore – della democrazia contro la Legge – o mostra indifferenza. In Brasile settori liberali applaudono a una frode montata dai fratelli Castro e credono nell’autenticità di un’impostora. Foro de São Paulo, complimenti!

 

Fobia sull’uso delle parole

 

È impressionante vedere come la campagna sviluppata dal Komintern fin dagli anni ’30 del secolo scorso atta a delegittimare l’anticomunismo ha generato una fobia perfino negli articolisti liberali: pochi osano scrivere o pronunciare la parola comunismo. È populismo, bolivarianismo o qualsiasi altra parola vuota di significato. Comunismo, mai, nonostante che il Foro de São Paulo sia stato esplicito fin dalla sua fondazione: recuperare in America Latina quello che è stato perso in Europa dell’Est. E che cosa si è perso da quelle parti? "

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