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Quando vado a trovare mia mamma, è ormai un classico assistere alla Prova del cuoco, sebbene debba ammettere che, da quando non c’è Antonella Clerici, in effetti qualcosa ha perso un certo sapore. Assistiamo alla trasmissione anche perché Beppe Bigazzi è di un paese a meno di quindici km da quello di mia mamma e il suo accento mi richiama sempre qualcosa che è ben radicato dentro di me.

Bene, nella puntata di oggi sono sobbalzato un paio di volte. Una coppia di cuochi pugliesi preparava un piatto “col sugo della domenica”. Uno di loro lo ha ripetuto varie volte, che quel sugo significava un giorno speciale. Fino a quando ha testualmente detto: “è il profumo che si spande dalle finestre, tra le strade del centro storico del nostro paese, la domenica quando andiamo alla Messa”.
Poco dopo, uno dell’altra coppia di cuochi concorrenti, friulani, spiegando come l’origine del piatto che stava facendo fosse “di riciclo”, originariamente fatto per re-impiegare degli avanzi, ha detto “è la ricchezza della povertà”. Bigazzi ha risposto: “Beh, direi soprattutto conoscenza, ossia chi conosce sa come impiegare di nuovo…” e l’altro ha detto: “Beh, io citavo P.Turoldo”. Al che Bigazzi subito: “Oh, il mio maestro!”.
Quando mia mamma si è alzata per finire di preparare il pranzo, pispolando il telecomando, sono infine capitato in una trasmissione sull’Alluvione del ’66. C’erano molte testimonianze, ma quello che mi colpiva era la franca umanità di alcuni anziani, che raccontavano come avessero preparato “pane con l’olio” e quello che avevano ai ragazzi che lavoravano nel fango, così senza che alcuno lo avesse chiesto e preteso, solo per compassione e partecipazione.
Andando a vedere piazza del Duomo pedonalizzata, nella mia passeggiata post-prandiale, mi veniva da pensare alla profondità delle radici cristiane, che intessono sostanzialmente la nostra civiltà, dal Friuli alla Puglia. Di come i nostri ricordi comuni siano legati a questa civiltà. Sentivo il profumo anche io di “sugo della domenica”, anche io rivedevo l’aia della casa del mio zio, in campagna, con la straordinaria ricchezza di sapori e profumi, pur nella rude semplicità di una casa di mezzadri, come ancora se ne vedevano alla fine degli anni ’60. Le campane, la domenica alla Messa, con lo sciamare di noi bambini dalla chiesa alla pasticceria…Riconoscevo il senso profondo della “ricchezza della povertà” fatta di condivisione, di accoglienza, di capacità di sacrificio: sia il profumo del pane con l’olio che quello di una mano stesa, sono i frutti di duemila anni di civilizzazione cristiana.
Sistematicamente qualcuno la sta smontando, pezzo per pezzo, per puro odio e rancore. Contemporaneamente i nostri istinti più bassi sono stimolati a crescere, ad agire. Ovviamente viviamo sempre peggio, ma nessuno fa il collegamento. Ecco, questo è quello che mi colpiva di più oggi pomeriggio: nessuno fa questo collegamento. Ci si attacca a impersonali fatalità storiche, nuovi tempi, nuove necessità… tutto come se fosse una Imponderabile Necessità. Nessuno collega questo disastro al sistematico sradicamento dei valori cristiani nella nostra società.
 Pensavo proprio a questo quando ho visto in via del Corso l’ennesimo negozio di scarpe, laddove, tanti anni fa, andavo a comprare libri alla Libreria Fiorentina.
 
(R.Marasco)
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