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Oltre agli scacchi, che sono stata una mia antica passione (al massimo del mio fulgore sono arrivato a essere un improbabile 2a nazionale), c’era un altro gioco che mi affascinava: lo scopone scientifico. Mi affascinava l’equilibrio tra caso e abilità e la possibilità, nel caso di una mano di carte non felicissima, di poter comunque tentare di giocare e, a volte, poter perfino ribaltare il gioco con giocate attente.

Chi inizia a giocare a scopone, prima o poi, si incontra con Chitarrella, un misterioso personaggio napoletano (forse un prete, c’è chi dice un domenicano) della metà del sec. XVIII, che ci ha lasciato le sue famose 44 regole per ben giocare. Oggi le stavo rileggendo. Improvvisamente mi ha colpito l’ultima, la 44esima. Il suo testo era in latino, ma è molto conosciuta anche la sua traduzione napoletana fatta da Luigi Chiaruzzi.

Sarò stato in coma post-prandiale, ma mi è parsa una bella sintesi della vita ascetica e spirituale.

“Memento, bone jocator, quia non solum tuis sed etiam socii chartis joca. Cave ne a captione in praesens jocunda allectus poenas tuae imprudentiae laus, nam philosophiae scoponis est in longinquum spectare et ultra lucrum proximus remotus exitus considerare. Ut in negotiis, sic in scopone”.

“Allicordate, tu ca saje jocà, ca lo jocatore fino non ghioca solamente co le ccarte propie, ma pure co chelle de lo compagno. Non ghirtene maie de capa pe facere na guappa pigliata senza sapè haddò vaie a piglià pede. Ne lo scopone nun conta lo ditto: «È meglio l’uovo ogge ca la gallina craie » pecché lo scopone guarda lontane e a la priezza de lu mumento hadda da mettere nnante le conseguenze e li vantagge de lo tiempo ca vene appriesso. Aie caputo? Miettete ncapo a te ca comme s’ammarcia pe l’affare, s’ammarcia pe lo scopone”.

(Chitarella, Le regole dello scopone e del tressette, versione napoletana di L. Chiaruzzi, nuova traduzione italiana di E.Pellegrini, illustrazioni D,Danti, Bari 1982,33)

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