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Per molto tempo non ho scritto sul blog; quando ho ricominciato l'ho fatto su un tono un po' minimalista, cercando più cose piccole e quotidiane che mi avessero colpito. Ho voluto, insomma, prendermi una pausa dalla melma montante. Ma oggi, leggendo l'articolo settimanale di Olavo, non posso fare a meno di commentare, perché se da un lato è disperante, dall'altro però corrobora la fiducia nell'intelligenza dell'uomo. Se uno non si fa prendere dal virus dell'imbecille collettivo (secondo l'uso tecnico con cui usiamo l'esprssione in questo blog: "colui che ha bisogno del pensiero collettivo per stare in piedi"), paga di tasca sua quello che c'è da pagare per pensare con la testa propria e non con quella collettiva, insomma, se uno non perde il contatto con la realtà, può vedere le cose come stanno. Le può descrivere, può avvertire, può tirare l'allarme. Se poi farà la fine di Cassandra, oppure del pagliaccio di Kierkegaard piuttosto che di un'oca del Campidoglio, non importa. Il suo dovere lo avrà fatto e per lo meno salterà l'avanti inferno degli ignavi e degli imbecilli collettivi (nel senso tecnico di cui sopra).

Questa introduzione è per dire che adesso la stampa brasiliana (la rivista Veja in particolare) inizia ad accorgersi di ciò che Olavo scrive da vent'anni e che gli è costato licenziamenti e aggressioni fino all'attuale situazione, in pratica, di esilio per poter continuare a lavorare. L'ultima delle "novità" scoperte dalla stampa (che, appunto, Olavo ripete da anni), è che sorgono prove inoppugnabili di legami tra le FARC e il PT di Lula… (una delle ultime notizie: la scoperta che, nonostante Lula avesse sempre dichiarato che non c'erano basi delle FARC sul territorio brasiliano, i narcotrafficanti le avevano, eccome!)

Stupiti, eh?

I lettori assidui del blog sanno; gli altri potrebbero cliccare, se curiosi, sul tag "foro de são Paulo"…

Ecco lo sfogo di Olavo (che può essere letto per intero nell'originale portoghese)

Nei venti anni di governo militare, non ho mai visto un solo giornalista venire espulso da tutti “più importanti organi di informazione” brasiliani per aver divulgato un qualche fatto politicamente indesiderato. Questo privilegio, che mi lusinga, è rimasto riservato per essere conferito alla mia irrisoria persona nel periodo storico immediatamente posteriore, chiamato, per motivi esoterici, “ri-democratizzazione”. Per aver informato il pubblico dell’esistenza del Foro de São Paulo e delle relazioni ben più che intime tra partiti politici e bande di narcotrafficanti e sequestratori, sono stato cacciato a calci dai giornali Globo, Época, Zero Hora, Jornal do Brasil e Jornal da Tarde. Il numero di coloro che attraverso questi e altri canali mi hanno chiamato di pazzo, bugiardo, disinformatore, teorico della cospirazione e cose simili si conta come quello delle stelle del cielo. Escluso dal giro delle persone decenti, ho incontrato un’ospitalità soltanto in questo coraggioso Diário do Comércio Confesso che non mi sono mai sentito triste o ferito da quegli individui, ufficialmente professionisti dell’informazione, che immaginavano di poter distruggere la mia reputazione a calci. I segni delle loro scarpe sul mio sedere svanirono in pochi secondi subito dopo che li mandai, per via postale o radiofonico, a p. in quel p. [nell’originale scrive à p. que os p., espressione equivalente, abbreviata dall’autore, NdT]… La soddisfazione che mi procurarono questi sfoghi fu così grande, così sublime,, che, invece di rancore, sono passato a sentire una dolce gratitudine a questi miei ex-datori di lavoro, per avermi dato l’occasione di vivere momenti così deliziosi… Libero da ferite personali, non posso, però, non sentire tristezza nel valutare che il deplorevole corso imboccato dagli eventi negli ultimi due decenni poteva essere stato corretto se qualche persona in posizione di potere e distacco nella società avessero dato ascolto alla voce di questo sgarrupato osservatore della realtà, invece che darlo ai benpensanti, ben vestiti e ben rasati pupazzi da ventriloquo dei mass-media e delle università. Chi ci ha rimesso non sono stato io, ma il Brasile. Disgraziato quel paese che, in mancanza di sensibilità intellettuale, sceglie i suoi consiglieri con criteri di etichetta, indumenti e posizione sociale.

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