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Cara Ele, come sai molta parte della mia giornata è dedicata al tradurre. Tu stai facendo i primi passi in questo vero e proprio "esercizio spirituale". Ancora ti stai impadronendo degli "strumenti del mestiere", tra paradigmi verbali e declinazioni. Nell'ultima nostra conversazione ho visto che davvero hai fatto "il salto", hai iniziato a guardare una versione non come un puzzle dove incastrare "le parole", facendo finta di ignorare i "men" e i "de" o incrociando le dita perché si potesse trovare l'espressione esatta nel vocabolario!, bensì come qualcosa che richiede una "sintonizzazione" più profonda.
Ecco, ti posso assicurare che, anche se da alcuni anni traduco più dal siriaco che dal greco (anzi, forse a maggior ragione, perché passare a una lingua semitica vuol dire cambiare orizzonte e strutture ancora più radicalmente!), tradurre mi è sempre un'esperienza di profonda trasformazione interiore, che non mi lascia mai come mi aveva trovato.
Ricordi ciò che cercavo di spiegarti, tempo fa, quella volta che parlavamo del perché si studia greco e latino? Ecco un bel pensiero di Lonergan che esprime bene quello che cercavo di dirti:

In particolare, riguardo ai classici e al loro ruolo educativo, ricordo una valutazione che [Lonergan] ci diede quindici anni più tardi quando, freschi di studio…, sedevamo ai suoi piedi in un giorno di estate (secondo lo stile guru) e gli chiedevamo qual era il valore dei classici greci e latini. La risposta fu immediata: "Il lavoro di traduzione vi conduce oltre le parole, fino alle idee". Ma la traduzione dalle lingue moderne non darebbe lo stesso rislutato, pur essendo molto più pratica? "No, perché è fin troppo facile passare dalla parola alla parola senza andare più a fondo; traducendo i classici greci e latini si è costretti a ritornare alle idee"
(F.Crowe, Bernard J.F.Lonergan. Progresso e tappe del suo pensiero, Roma, 1995, 28.)

Come vedi, tradurre è molto di più che scegliere una parola dal vocabolario: è cercare di ascoltare e comprendere un'altra anima.

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