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Voegelin è a mio avviso, insieme a Lonergan, uno degli strumenti più efficaci per leggere questo nostro tempo. Per riflettere, un articolo di Olavo de Carvalho.

Ordine e disordine

fonte originale in portoghese qui

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 18 de dezembro de 2008

Carl Schmitt definiva la politica come quel campo dell’azione umana dove, non essendo possibile alcun arbitraggio razionale delle divergenze, resta soltanto la pura lotta per il potere, l’arruolamento degli “amici” contro i “nemici”, sotto la bandiera di una “decisione”, di un atto di volontà fermo e indiscutibile. Per Eric Voegelin, però, la politica è essenzialmente ricerca dell’ordine, il permanente tentativo di ricostruire in un microcosmo umano, ciò che la coscienza degli uomini spiritualmente più attivi, in ogni epoca, possa aver discernito come Legge Divina, ordine cosmico, senso dell’esistenza etc.
Alcuni studiosi trovano queste due visioni mutuamente escludentesi e incompatibili. Quelli che simpatizzano con Voegelin vedono nella definizione di Schmitt non tanto la descrizione di una realtà oggettiva, ma l’espressione sintomatica dello stesso disordine dei tempi. Nella successione storica dei modelli di ordine conosciuti dalle varie società umane – che secondo Voegelin non sempre è una successione, ma a volte una simultaneità confusa –, il modello predominante nei tempi moderni è l’illusione gnostica di un’apocalissi terrestre, di un cambiamento magico della stessa natura umana, che sarà operata non per un intervento divino quanto dalla cessazione dei tempi, ma qui e ora, per mezzo dell’azione deliberata dalle masse sotto il comando di intellettuali illuminati.
Ma proprio per questo, il concetto schmittiano della politica non deve essere opposto all’insegnamento di Voegelin, non deve essere ridotto a un grido di rivolta del dottrinario gnostico contro l’ordine divino. Essendo indiscutibilmente questo sotto un certo aspetto, sotto un altro punto di vista esso è la descrizione precisa di una delle principali forme di perversione che la politica può assumere quando è ispirata dalla rivolta gnostica. In questo senso, tale concetto può essere reinserito nella visione più generale di Voegelin senza contraddirla nemmeno nel più piccolo particolare. Tale concetto, di fatto, esige che si ritiri dalla politica molto di quello che di essa invece ne fa parte, come ad esempio la “persuasione razionale” che gli antichi retori vedevano come l’oggetto proprio  della loro arte nello stesso momento in cui comprendevano questa loro arte come lo strumento per eccellenza del politico. Nella prospettiva schmittiana, la riduzione della persuasione a manipolazione di sentimenti irrazionali diviene inevitabile, ma chi negherà che in certi momenti tale riduzione accade realmente nel mondo dei fatti, creando una specie di politica che è realmente schmittiana e può, pertanto, essere perfettamente descritta nei termini di Schmitt?
La ribellione gnostica e messianica contro l’ordine divino ha rinchiuso le anime – e la politica che esse fanno – nel recinto esiguo dell’azione immanente, dove tutto ciò che rimane da fare è creare un’idea e soggiogare o uccidere coloro che non sono d’accordo con essa. Gli unici strumenti che rimangono in tali circostanze sono la manipolazione e la violenza. La persuasione razionale resta esclusa per ipotesi. La politica diventa un regno diabolico dove il Principe delle Tenebre si delizia nella contemplazione degli sforzi storico-sociali tanto più giganteschi quanto più condannati, in modo ineluttabile, al fallimento. Questa politica è il contrario di ciò che Platone e Aristotele chiamavano “politica”, ma è, ogni volta di più, l’unica politica che abbiamo. La teoria politica di Schmitt sta a quella di Voegelin come la patologia sta alla fisiologia, o meglio, come la patologia di una malattia specifica  – la più diffusa nel nostro tempo – sta alla fisiologia generale. Non c’è contraddizione tra di esse, c’è solo un cambiamento di scala. Curiosamente, entrambe queste due filosofie sono nate dall’impatto con la stessa esperienza: l’avvento delle ideologie totalitarie di massa. Schmitt fece di questa esperienza il modello per la descrizione di qualunque politica. Da un lato, ciò è una esagerazione mostruosa perché finisce con lo spremere dentro i parametri della modernità la politica di tutte i tempi e di tutti i luoghi. Ma d’altro canto, è impossibile non riconoscere che la minaccia potenziale di tale riduzione è presente in tutte le epoche, poiché è sufficiente una lieve discesa del livello di coscienza perché la persuasione razionale diventi impossibile e inizi la guerra degli “amici” contro i “nemici”. Fu questo ciò che Clausewitz volle dire quando definì la guerra come “la continuazione della politica con altri mezzi”. Se è vero che non tutta la politica è guerra, la possibilità permanente di trasformarsi in guerra è una delle condizioni stesse perché la politica sia quello che è e non si riduca a uno scambio di idee tra amici senza conseguenze.
Voegelin, dal canto suo, ha cercato le origini del disordine moderno nello stesso millenario sforzo umano di costruire un ordine. Egli non ha studiato cosa la politica ha di differente e specifico, ma la radice che essa ha in comune con i più alti sforzi umani in tutte le aree dell’esistenza.

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