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La notizia del fotoritocco delle immagini da parte della Reuters riguardo al famoso attacco alla "flottiglia della pace" da parte del solito Israele sanguinario-imperialista-bla-bla, è apparsa sul Corriere e poi sparita. Non verrà ripresa nei prossimi giorni. Scomparirà. La tecnica, studiata dagli anni '60, non è quella di nascondere le notizie ma semplicemente di decidere quali avranno risonanza continuata e quelle che invece appariranno e poi verranno poste nel silenziatoio. Tale  tecnica si chiama "spirale del silenzio", (cfr. Elisabeth Noelle-Newmann, The Spiral of Silence, The University of Chicago Press, 1993 ). Tutta l'informazione oggi adotta questa tecnica in cui "una delle parti è portata in modo sottile ad abdicare alla propria voce, lasciando all'avversario il privilegio di nominarla, definirla e descriverla come vuole" (Olavo de Carvalho). Questo sta succedendo alla Chiesa, al modo di presentarla e presentare i suoi sacerdoti. Questo sta succedendo a Israele. Sono molti quelli che farebbero gran festa nel caso della sparizione di Israele. La mia domanda è: quanto durerebbero i festeggiamenti, specie con le bevande alcoliche…?

Israele davanti al potere globale

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 8 de junho de 2010

(originale in portoghese qui)

L’episodio della nave turca in Israele si risolve in due parole: fattoide e guerra asimmetrica. La Marina turca sarebbe stata così impreparata, così ingenua, così puerile al punto di ignorare che nessun governo al mondo avrebbe mai permesso a una nave straniera di sbarcare tonnellate di casse in una zona di conflitto senza prima esaminarle? Soprattutto dopo che i mediatori israeliani erano stati ricevuti a calci e a cazzotti, per quale motivo il governo di Tel-Aviv doveva accettare a priori l'ipotesi che il contenuto della casse fosse qualcosa di tanto innocente quanto delle polpettine di baccalà o di dolcetti di zucca? E' sulla basa di questa ipotesi folle, teatrale, simulata fino al limite dell'impossibile, che la cosiddetta “opinione pubblica mondiale” si scioglie in lacrime di collera contro l’azione israeliana.
Il significato dell’accaduto, però, va molto al di là di una messa in scena patetica di auto vittimizzazione palestinese. Molti studiosi del potere globale, compresi alcuni molto onesti, assicurano che l’establishment bancario europeo e anglo-americano hanno nello Stato di Israele uno dei loro principali strumenti di azione imperialista per la conquista del potere su tutto l’orbe terrestre. L’ipotesi sembra ragionevole a prima vista, vista l’elevata presenza di giudei negli alti circoli del globalismo, ma essa riceve una smentita spettacolare e flagrante quando si osserva il comportamento dei mezzi di informazione internazionali nei vari conflitti che coinvolgano Israele. Insomma, il fatto che un miliardario sia nato giudeo non lo fa automaticamente un patriota israeliano o un amico degli altri giudei, come un tizio che nasce americano non fa di lui solo per questo un fedele discepolo dei Founding Fathers. I mass-media sono lo strumento supremo di azione delle elites globaliste sull’opinione pubblica. Daniel Estulin ha dimostrato, in The True Story of the Bilderberg Group , che oggigiorno i grandi organi di informazione in Europa e negli USA sono concentrati nelle mani di pochi gruppi globalisti. Se Israele fosse davvero a servizio di questi gruppi, ciò che vedremmo nei giornali e nei canali di TV sarebbe la difesa incondizionale degli interessi israeliani anche quando fossero ingiusti e dannosi per il resto del mondo.  In realtà, ciò che si vede è proprio il contrario: facciano quello facciano i giudei, sono loro a stare sempre dalla parte del torto, sono sempre i malvagi, gli imperialisti, gli aggressori. La guerra di occupazione culturale musulmana in Occidente, al contrario, è invece sempre dipinta con i colori più innocenti e commoventi, come se l’imposizione arrogante della shariah e del potere islamico in Francia, in Germania o in Inghilterra fosse solo una questione di protezione di immigrati senza nulla e inermi.  Davanti a ogni scontro spontaneo o prefabbricato, la reazione pro-islamica e anti-israeliana della classe giornalistica mondiale è sempre immediata, unilaterale e senza mai il minimo esame critico. La duplicità dei criteri con i quali vengono giudicati i contendenti mostra che la copertura di tali episodi, praticamente in tutti i paesi e in tutte le lingue, è ormai molto al di là della mera ripetizione spontanea giornalistica, si è trasformata in vera e propria arma di guerra asimmetrica. Essa ha la costanza dell’obbedienza a un programma di azione deciso previamente. E chi lo ha deciso, se non coloro che hanno i mezzi per farlo, i padroni del gergo mediatico? Se Israele avesse al suo lato lo schema globalista, vi avrebbe anche gli organi di informazione internazionali, ma di fatto questi sono i suoi nemici principali e più feroci. Ben altro che essere strumento di un progetto mondiale di potere, Israele è oggi quasi una nazione paria, come Honduras, Colombia, Uganda o lo stato americano dell’Arizona, portando su di sé la colpa, come loro, di prendere decisioni indipendenti in favore del proprio popolo invece che sacrificarsi in modo masochistico sull’altare del Nuovo Ordine Mondiale, come fanno le nazioni europee.

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