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Racconto spesso di una persona che una volta mandò una mail a un gruppo di amici, tra cui io, nella quale raccontva di essere stato in una chiesa di Roma e di essere stato affascinato da alcuni mosaici. Davanti ai mosaici, scriveva, si era convinto che Dio avesse bisogno del male per rivelare che era buono. E aggiungeva (ed è quello che voglio sottolineare): "Non mi interessa sapere se quello che ho pensato sia vero o no; ho sentito solo che volevo comunicarvelo".

Ecco l'anello con la realtà che è saltato, ecco il dramma di oggi. Noi conosciamo la realtà non quando "la vediamo", non quando "facciamo una ipotesi" su di essa; ma solo quando, raccolti di dati in maniera più attenta possibile, cercando di interpretarli nel modo più intelligente possibile, esprimiamo un giudizio, nel modo più ragionevole possibile, chiedendoci  "è vero o no questo che ho pensato, che mi pare di aver compreso?", "Quale grado di certezza ha?". E solo allora agire in modo veramente responsabile.

E' interessante notare che queste esigenze di verità siano nate dentro il cristianesimo (lo stesso Nietzsche vedeva nell'esigenza di verità del cristianesimo lo stesso germe della sua rovina; secondo lui, proprio l'esigenza di verità insita in esso lo avrebbe portato un giorno a scoprire la sua stessa falsità, nello scontro finale tra il Crocifisso e Dioniso); interessante notare che l'attenzione alla ragione, alla fiducia data alla possibilità dell'uomo di conoscere la realtà, di fare di essa il centro della propria "gravità"… sia nata, coltivata e ormai quasi unicamente difesa, dai cristiani, quelli che sarebbero i babbei fideisti per antonamasia.

"… La seule question que l'esprit doive se poser à propos de ce qu'il a lu, de ce qu'il a entendu et de ce qu'il pensé lui-même: est-ce vrai?"

(Jean Guitton, Ce que je crois, Paris 1971, 69)

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