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Un giorno di estate, alcuni anni fa, mi trovavo a Camaldoli. Accompagnavo un amico prete di Padova, che non c'era mai stato. Eravamo stati prima alla Verna e adesso concludevamo il giro del "Casentino santo" visitando il luogo dove san Romualdo aveva iniziato una delle più belle esperienze monastiche d'Occidente.
RIcordo ancora lo stupore che provai quando, proprio all'Eremo, uscì da una porta un gruppetto di quattro-cinque persone: un monaco camaldolese, due persone che non ricordo più neanche se uomini o donne, e poi lui, Gassmann. Tanti anni fa avevo fatto qualcosa in teatro, alla "bottega" di un vecchio attore. Gassmann per me era un "mito". Avevo divorato il suo "Un grande avvenire dietro alle spalle", sebbene mi avesse lasciato un certo sapore di amaro in bocca.
Adesso lo vedevo lì, non sul palco come ero abituato (l'ultima volta lo avevo visto nel Macbeth) ma a pochi metri. "Cosa ci fa quassù?", mi ero chiesto. Lo vedevo molto interessato alle spiegazioni del monaco.
Poi è passato del tempo. Quel monaco l'ho incontrato anni dopo, addirittura è stato il direttore della mia tesi su Gregorio di Nissa. Ma non ho avuto mai il coraggio di chiedere "Cosa ci faceva Gassmann a Camaldoli quel pomeriggio?"
Oggi ho letto questo articolo su Avvenire.
Ho avuto risposta.
Bellissima.

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