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Stamani, a Roma, con il consueto caldo abrasador e soffocante, sono stato in una sala d’aspetto del Policlinico, per alcuni controlli imprevisti, poi risoltisi bene, grazie a Dio. Non ricordo bene quanto è durata l’attesa, perché sono stato immerso in un teatro involontario che si è svolto attorno a me.
Quando vedevo le prime volte Verdone, i suoi personaggi mi sembravano sforzati, eccessivamente macchiettistici. Da quando, invece, abito a Roma (e sono ormai otto anni) mi sono dovuto ricredere: Verdone è soltanto un fedelissimo riproduttore della realtà. I suoi personaggi esistono, vivono, camminano attorno a te, sono sull’autobus, sulla metro… e in una sala di aspetto del Policlinico.

Passa una dottoressa e una signora inizia la rappresentazione: “Signorina, allora tutto a posto!”; “Visto, risponde la dottoressa, non le avevo detto bugie!”. Subito la signora informa tutta la sala: “Aoh! Se so’ messi d’accordo ‘sti dottori, e me visitano all’una. Tanto, Pilato e Erode se metteno sempre d’accordo…Però potevano dillo prima, mo’ so’ le 10 e io so’ de Ostia, venivo dopo, venivo… mi fijo ‘sta a fa’ l’elastico, poerello… va qua e va la’ pe’ timbra’ du foj… mo’ adesso l’ho mannato a pijamme quarcosa da magna’ perché devo pija’ du’ pasticche…”
Interviene allora la signora con gli occhiali: “Eh, beh, dopo ‘na certa età tutti dovemo pija’ pasticche… l’ha detto pure uno scrittore, a nostra vita è na pasticca… c’ha pure scritto un libro!” La signora di Ostia deve informarci meglio: “Mo’ aspetti, io c’ho pure er diabete, a pressione, me devo puncica’ er dito ogni giorno…che pasticca e basta!”
“Beh, risponde un signore spiritoso, e cos’è, ‘n cerotto?!” “Caro signore, risponde la signora di Ostia, io c’ho pure avuto er tumore! So’ tutta fracica!”.
Nello stesso momento squilla un cellulare con suoneria di una musica inquietante degli anni ’70 che riconosco con un tuffo al cuore: L’amaro caso della Baronessa di Carini: “No, stamo ancora qui… ecchenneso’? No, nun semo ancora entrati… boh, dice che c’hanno daffa’…”. Poi spenge: “Daffa’ cosa, poi…boh!”
Arrivano due degenti accompagnati da un portantino: “Mo’ state seduti qua. Quanno avete finito er medico me chiama e vengo… nun ve movete de qua però, eh?!”. Uno dei due degenti dice al portantino: “Sì, ma nun ce fa aspetta’ troppo, eh?” Il signore spiritoso non resiste: “Perché, c’hai mórti impegni dopo?!” e ride…
Nel frattempo dalla sala accanto l’impiegata allo sportello delle impegnative comincia a gridare: 54!…55!…56! Nemmeno er 56? Vabbé, 57!…58! Il signore spiritoso non resiste: “Evvai, che stamo a gioca’ a tombola?!!” E ride beato…Parte improvvisamente un altro cellulare. La signora con i sandali fioriti: “Sì? Ecchi sei? Perché me chiami? Ciaaaaooooooo! No! Giura!! Nun poi crede’! Sto all’ospedale! Siiii! C’ho da fa’ ‘necografia…” e inizia a passeggiare su e giù per la sala, facendoci partecipi della conversazione: “si, nun po’ capi’! Che caldo… poi c’ho da anna’ ar Santo Spirito… che dici? E quanno va en Cina? E nantra vorta?!…”

Chi ride, chi fa finta di nulla, chi torna a tuffarsi a leggere per l’ennesima volta l’impegnativa. Delle ragazze meravigliose, truccatissime, bellissime, con il loro camice bianco svolazzante, ogni tanto entrano ed escono dalla porta-che-tutti-aneliamo. Mi colpisce il contrasto, tra questa massa d’umanità seduta e dolente e questa bellezza un  po’ arrogantina, però sicura della sua forza e della sua salute, che passa come un sole.

Passato il momento del riso, però, è come se il mio sguardo guardasse tutte queste persone in un modo che mi strugge dentro. Le sentivo fragili, semplici… Il loro modo di alzarsi e guardare come cani fedeli e speranzosi gli occhi del Medico quando passava mi inteneriva. E mi è venuto da canticchiare una struggente canzone brasiliana, gente humilde… e chissà perché, pregare per tutti loro. Tutti noi. Anche io ero seduto lì, non stavo passando con le Dottoresse giovani e bellissime…

(testo della canzone tradotto)

 

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