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Si puo smettere, davvero.
Lo so che è difficile, i primi tempi è duro, soprattutto se lo si è fatto per anni.
A volte ci sono dei fattori aggravanti, come averci partecipato in qualche modo.
Una volta era perfino lodevole… lo so, lo so.
Ma oggi è chiarissimo: fa male.
Fa proprio male. I rischi sono terribili, i danni al sistema cognitivo paiono sempre più essere irreversibili.
Ti crea una realtà parallela e non sei più in grado di distinguere il vero dal falso.

Dopo questi ultimi mesi, ho deciso: smetto di leggere i giornali, ormai è solo un vizio; e purtroppo non solo inutile.


Vizio consacrato

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 28 de junho de 2010

(orig. portoghese qui)
 

L’ostentazione di neutralità superiore, specialmente quando si vuol sospingere la platea verso opinioni arrischiate e ciniche menzogne, è l’essenza stessa dello “stile giornalistico”. I “grandi giornali” di questo paese lo praticano con una destrezza tale che la maggior parte dei suoi lettori, scambiando la forma per il contenuto, crede di seguire la ragione e l’equilibrio nello stesso istante in cui comincia ad accomodarsi, poco a poco, in modo anestetizzato, alle proposte più dementi, alle mode più scandalose, alle idee più assurde.

Quando la Folha, quasi venti anni fa, iniziò a promuovere in modo discreto il gayzismo sotto l’innocua scusa di marketing secondo la quale anche i gays facevano parte del pubblico consumatore, chi, tra i lettori, poteva immaginare che con il passare del tempo questa attenzione gentile concessa a una fascia del mercato si sarebbe convertita in una strategia globale di imposizione dell’omosessualismo come condotta superiore, inattaccabile, sacrosanta, rifiutata soltanto da fanatici e criminali? Chi, anzi, ha la pazienza e i mezzi intellettuali di esaminare i cambiamenti progressivi e sottili del linguaggio di un giornale per la durata di venti anni? All’inizio, il processo è invisibile perché i suoi primi passi sono discreti e apparentemente inoffensivi. Alla fine, è invisibile perché la sua storia si è cancellata dalla memoria popolare. La lentezza perseverante è la formula magica delle rivoluzioni culturali.

È vero che il grosso del pubblico non ha la benché minima idea delle tecniche di ingegneria sociale che, da circa trent’anni, si sono sostituite in modo massiccio alle norme del buon giornalismo. Non c’è una sola facoltà di giornalismo in Brasile che sia sfuggita all’influenza delle dottrine decostruzioniste, secondo le quali non esiste verità oggettiva, né fatti, né racconti degni di fede – ma solo “volontà di potere” e, di conseguenza, la “imposizione di narrative”. Si noti bene: non si tratta di imporre “opinioni”, giudizi di valore. Si tratta di modellare la sequenza, l’ordine e il senso degli episodi narrati, in modo tale che la loro semplice lettura già imponga una conclusione avvalorativa senza che questa abbia bisogno di essere difesa esplicitamente. È l’arte di far accettare alla vittima, passivamente, in modo più o meno cosciente, opinioni con le quali, in una discussione aperta, mai sarebbe d’accordo. Anticamente i giornali cercavano di essere neutri e oggettivi nelle pagine di notizie, lasciandosi andare nelle sezioni editoriali le opinioni ardenti, la retorica esaltata, le campagne entusiastiche. Oggi gli editoriali sono tutti scritti nello stesso stile insulso, diplomatico, senza sapore, perché le opinioni che si desidera spingere verso il pubblico sono già imbottite nella sezione delle notizie, dove godono del privilegio – e dell’efficacia – degli attacchi mascherati. In Brasile, ogni studente di giornalismo, anche se incapace di coniugare un verbo o avere a chef are con una reggenza pronominale, esce dalla università abilissimo in questa arte. Non perché l’abbia “studiata” – questo supporrebbe una discussione critica incompatibile con la natura stessa di questa pratica – ma proprio perché ha dovuto esercitarla per passare gli esami, senza discuterla, in modo che il suo successo accademico dipende dalla sua docilità nell’acconsentire all’inganno fino al punto di cessare di percepirlo come inganno. Allora è pronto ad usarlo contro i lettori senza avere alcun sospetto di star loro facendo un qualche male.

È per questo che “la grande stampa”, oggigiorno, non vale assolutamente nulla come fonte di informazione, e continuare a consumarla come tale è solo un vizio consacrato, fondato nel prestigio residuo di un giornalismo estinto.

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