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Stamani, cercando di fare memoria di questa opportunità che la Chiesa offre per non dimenticare il mistero della morte,  mi sono venute alla memoria tre immagini.

La prima è una conversazione che ebbi con un monaco, una ventina di anni fa. Parlare con persone che vivono normalmente in silenzio è una esperienza bellissima. Le parole sono misurate, mai banali. Appoggiandosi sul silenzio portano con sé degli abissi di senso e di valore. Mentre mi accompagnava verso il portone di uscita, percorremmo in silenzio l'ampio chiostro deserto. Ad un certo punto si ferma, guarda le pietre del monastero, i fiori e la luce del chiostro, sorride e dice: "Dio non è una delle realtà della vita, neppure la più importante. E' l'unica realtà della vita".

La seconda è in Brasile, in uno dei miei primi anni trascorsi là. Passeggiavo nel bel campus della facoltà dove sarei dopo tornato ad insegnare. Passeggiavo con Henrique Claudio Lima de Vaz, uno dei maggiori filosofi e umanisti brasiliani. Aveva studiato anche in Italia, parlava molto bene la nostra lingua e gli faceva piacere ogni tanto conversare in italiano. Un giorno mi chiese di fare due passi per parlare di alcune cose su un canto di Dante che stava leggendo. Non so come, a un certo punto iniziammo a parlare della morte (mi pare a causa di una domanda sulla mia tesi di filosofia, sulla morte in Platone nel passaggio dall'Apologia al Fedone). Ricordo che mi disse. "Per me, filosofo, una prova che mi convince sul fatto che la nostra vita non termina qui è questa semplice constatazione: quanto più cresciamo in età, quanto più il nostro spirito cresce, in esperienza, in conoscenza, in maturità; ma, al contempo, il nostro corpo fa esattamente il contrario. Nel momento in cui potremmo essere davvero pronti per vivere una vita piena è anche il momento in cui ce ne dobbiamo andare. La morte, a qualsiasi età, è sempre un gesto interrotto, in discorso non finito. Deve poter raggiungere la sua "perfezione", deve poter concludersi. Lo spazio di questa conclusione è la vita che vivremo in Dio". Non ho mai dimenticato quella conversazione. E fu talmente forte tale impressione che, poco tempo dopo, proprio nei giorni in cui stavo scrivendo un articolo – a volte si dice la vita… – sul tema della morte, venne a mancare mio padre. Uno dei ricordi balsamo che mi venne fu proprio quel pomeriggio a Belo Horizonte, passeggiando su un vialetto all'ombra di alcune mangueiras, con un filosofo canuto e il canto un po' dispettoso delle maritacas.

L'ultima, stamani: riponendo al loro posto dei libri, da uno di essi è uscito un foglietto su cui avevo appuntato quasi esattamente venti anni fa, un pensiero letto su un giornale. Il 6 dicembre del 1990, un Aermacchi MB326  in avaria cadde su una scuola di Casalecchio (BO). Morirono una dozzina di ragazzi, più decine e decine di feriti. Tra questi c'era Elisabetta Patrizi, 16 anni, della quale un qualche giornale (non ricordo più quale) riportò una frase di un suo tema. All'epoca mi parve di una forza unica, tanto che me l'ero appuntata e la tenevo in un libro a me molto caro. Rileggendola oggi trovo la sua forza immutata.

"Bisogna che ci poniamo la domanda perché viviamo e perché moriamo, perché siamo qui su questa terra.Dal canto mio ho già trovato una risposta esauriente. Viviamo perché lo vuole nostro Signore. E moriamo per raggiungere un'altra vita, forse migliore di questa terra"

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