Questa settimana ho assistito alle conferenze del Dies Academicus della Ambrosiana, Classe di Studi del Vicino Oriente. Le conferenze vertevano essenzialmente sui manoscritti arabi, siriaci, armeni ed ebraici del fondo della Biblioteca, ma non solo. Il mio lavoro non prevede un contatto diretto con i manoscritti, arriva nelle fasi successive a questa ricerca attenta e importante per stabilire i testi, che saranno poi usati dagli interpreti (storici, filosofi, teologi etc.); eppure sono rimasto affascinato, soprattutto dalla comunicazione viva di tutti quei professori che invece ne hanno una frequentazione assidua. In particolare mi ha colpito una citazione fatta nella sezione di armenistica:
 

Per lo stolto un manoscritto non vale nulla
per il saggio, ha il prezzo del mondo.

 
Ma ancora di più mi ha colpito un pensiero che mi ha attraversato all’improvviso. La maggior parte dei presenti aveva studiato tutte le lingue antiche di cui si stava parlando e seguiva le conferenze senza bisogno di traduzione nelle lingue moderne in cui erano proferite. C’erano preti, c’erano laici, c’erano sposati e celibi, donne e uomini; la maggior parte di questi studiano tali tradizioni non per erudizione o per uno stipendio: lo fanno perché la loro tradizione e la loro fede si è espressa e formata in quelle lingue. Queste persone di profonda fede ricercano e studiano con serietà, attenzione e amore perfino le più piccole vestigia dell’Avvenimento che possano essere state tracciate anche nel colofone di un manoscritto.

Che contrasto con la banalità, ignoranza e supponenza micronoetiche di coloro che, leggiucchiate quattro scemenze uaaritiche, vanno dando lezioni di vita a destra e manca.

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