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allergia

Per far comprendere che non basta avere tutti i dati per capire una cosa, ma che è necessario un insight, un atto di intelligenza che leghi tutti quei dati in una plausibile ipotesi di intelligibilità (che va poi verificata in modo ragionevole, etc.), Lonergan fa l'esempio della ricetta di un buon giallo. Il racconto poliziesco veramente affascinante è quello che a un certo punto fornisce tutti gli indizi ma nonostante questo il lettore non riesce ad avere l'insight. Molti anni fa ero un appassionato lettore dei gialli di Ellery Queen, che spesso metteva verso la fine la "sfida al lettore" proprio in questi termini.
Faccio questa introduzione perché in parte è ciò che succede spesso anche oggi. Neppure davanti ai dati incofutabili molte volte si riesce a comunicare alle persone determinate "verità". Le spiegazioni sono molte, ma il fatto pericoloso resta. Il caso del Foro de san Paolo è uno di questi: tu porti i dati: i loro stessi Atti ufficiali nei quali dicono quello che vogliono fare e poi lo fanno; il video di Lula dove quel lestofante nega l'esistenza di un collegamento strategico tra lui, Chavez e Castro e poi il discorso ufficiale (presente nel sito della Presidenza della Repubblica del Brasile, in carta intestata!) nella celebrazione dei 15 anni del Foro, nel quale tra l'altro dichiara apertamente di essere intervenuto in prima persona ad aiutare Chavez a stabilizzare il suo potere; i fatti evidenti di questa collaborazione (dove si rifugiò Zelaya, quando i militari dell'Honduras mostrarono di avere ancora testosterone sufficiente per opporsi alla comunistizzazione del loro paese? Nell'Ambasciata del Brasile; dove ha passato tutta la sua carriera politica Tarso Genro, uno dei ministri più importanti di Lula? A Cuba come agente di Castro; etc…); quello che ricevi è un sorrisino di compatimento, un accusa di paranoia, un gelido silenzio di disapprovazione. 
Per questo mi sono gustato, e quindi ho tradotto, l'ultimo, ironico, articolo di Olavo. Mentre lo leggevo, facendo le dovute correzioni, mi sono convinto che quello che dice del Brasile, ormai, è anche affare nostro.

Desiderio di conoscere
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 10 de janeiro de 2011

http://www.olavodecarvalho.org/semana/110110dc.html

 “Nell’essere umano è naturale il desiderio di conoscere”. Quando lessi per la prima volta questa sentenza iniziale della Metafisica di Aristotele, più di quarant’anni fa, mi parve un grossa esagerazione. In fondo, in qualunque direzione io guardassi a scuola, in famiglia, per le strade, nei clubs o nelle chiese – mi vedevo circondato di persone che non volevano conoscere un bel niente, che erano perfettamente soddisfatte con le proprie idee confuse su ogni argomento, e che giudicavano una provocazione il semplice suggerimento che se sapessero un poco di più nel merito delle questioni, le loro opinioni sarebbero state migliori.

Dovetti viaggiare molto in giro per il mondo per rendermi conto che Aristotele si riferiva alla natura umana in generale e non alla testa dei brasiliani. Infatti, la caratteristica più cospicua della mente dei nostri compatrioti era il disprezzo sovrano per la conoscenza, accompagnato da un nevrotico timore reverenziale nei confronti dei suoi simboli esterni: diplomi, incarichi, spazio nei mass-media. Si osservava questa caratteristica in tutte le classi sociali, e perfino ancora più pronunciata in quelle ricche e prospere. Qualsiasi ignorante che avesse ricevuto in eredità dal padre una fabbrica, un’impresa di mass-media, un blocco di azioni della Borsa, si giudicava solo per questo un Albert Einstein mescolato con Mosè e Lao-Tse, nato pronto e fatto capace istantaneamente per pontificare su tutte le questioni umane e divine senza la benché minima necessità di studiare. Se poi avesse letto qualcosina sull’ultimo numero di Time o dell’Economist, allora nessuno lo teneva: le sue certezze si innalzavano fino alle nuvole, immobili e solide come statue di bronzo – sempre accompagnate, è chiaro, da avvertimenti scettici di prassi per quanto riguarda le certezze in generale, senza che la creatura notasse alcuna contraddizione. Nel caso che mancassero settimanali stranieri, un bel editoriale della Folha  [equivalente di Repubblica, NdT] suppliva alla lacuna, dando fondamento a verità granitiche che solo un pedante studiodipendente avrebbe osato contestare.

Da queste menti brillanti appresi lezioni indimenticabili: il comunismo è finito, sinistra e destra non esistono, Lula è un neoliberale, l’Amazzonia è il polmone del mondo, il Brasile è un modello di democrazia, la Rivoluzione francese aveva instaurato il regno della libertà, l’Inquisizione bruciò milioni di eretici, le armi sono la causa efficiente dei crimini, il riscaldamento globale è un fatto indiscutibile, le sigarette uccidono le persone a distanza, il narcotraffico è prodotto dalla mancanza di denaro, le balene sono iene evolute e il Foro de São Paulo è un club di vecchietti senza alcun potere reale.

Se avessi continuato a prestare loro ascolto, oggi sarei Rettore della Scuola Superiore di Guerra o forse senatore della Repubblica.

Lontano dal Brasile, ho incontrato infermierine, cassieri di negozio e operi edili che, al sapere che io ero autore di libri di filosofia, spalancavano gli occhi di curiosità, mi sommergevano di domande e mi ascoltavano con la devota attenzione che si darebbe a un profeta venuto dal cielo. Per quanto possa sembrare incredibile, interesse e umiltà simili le ho osservate tra i potenti dell’industria e della finanza, grandi figure dei mass-media e della politica. Perfino professori universitari, una razza che in Brasile è immune da tentazioni di conoscere, si mostravano desiderosi di imparare qualcosa.

Aristotele aveva ragione: il desiderio di conoscere è innato. È il Brasile che aveva fallito nello sviluppare nei propri figli la coscienza della natura umana, preferendo sostituirla con una grottesca imitazione di sapienza infusa.

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