Gli eventi di queste ultime settimane ci fanno ricordare:

– Quello che si diceva su B.Hussein Obama (qualcuno ha ancora dubbi sul compito di questo personaggio?)
– Quello che si deduceva leggendo la penetrazione islamica in America Latina (tag apposito laterale)
– Quello che… non si può credere ai complottismi…salvo poi scrivere post dicendo "rileggete quando mi avete preso per le mele e.,,"

Pericolo in vista
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 7 de fevereiro de 2011
(http://www.olavodecarvalho.org/semana/110207dc.html)

 

 
Assassinati da conpatrioti fanatici, Anwar El-Sadat e Yitzhak Rabin hanno pagato il prezzo più alto per la pace, ma la data di scadenza del prodotto che acquistarono si sta avvicinando rapidamente. La caduta di Hosni Mubarak ritira dalla scena uno dei pochi ostacoli che ancora ritardavano la costituzione della grande unità strategica islamica destinata a instaurare il Califfato Universale, e tra l’altro, spazzare via Israele dalla mappa. Alcuni fattori, che le menti illuminate dei commentatori internazionali di solito non intravedono neppure da lontano, contribuiscono ad elevare all’ennesima potenza la pericolosità del momento:
I Fratelli Musulmani, matrice ideologica delle forze rivoluzionarie nel mondo islamico, forse non hanno dato l’impulso iniziale alla rivolta egiziana, ma di sicuro è l’unica organizzazione politica abilitata a ricavare vantaggio del caos e dominare il paese dopo l’uscita di Mubarak. Il governo americano sa benissimo questo e vede di buon occhio l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani, provando ancora una volta che Barack Hussein Obama lavora scientemente a favore dei nemici dell’Occidente. Le svianti chiacchiere tranquillizzanti emesse dal Dipartimento di Stato negli ultimi giorni sono così contraddittorie che equivalgono a una confessione di falsità: prima giuravano che i Fratelli Musulmani erano ai margini degli avvenimenti; poi, quando divenne impossibile continuare a crederci, assicurarono che l’organizzazione era cambiata, che era diventata mansueta e tranquilla come un agnellino. Commentatori ostili al governo osservarono che, rivoltandosi contro Mubarak, Obama copiava l’esempio di Jimmy Carter, il quale, anche lui con il pretesto di alimentare la democrazia, aiutò a far cadere un governo alleato per fare poi dell’Iran uno dei più terribili nemici degli USA e una dittatura mille volte più repressiva di quella de vecchio Scià. La differenza, penso io, è che Carter agì per stupidità genuina, mentre Obama, che ha avuto tutta la sua carriera politica sotto il patrocinio di un principe saudita pro-terrorista, e i cui legami con la sinistra radicale sono le più compromettenti che si possano immaginare, segue con tutta evidenza un piano razionale concepito per indebolire la posizione del suo paese nel quadro internazionale e al contempo ne demolisce sistematicamente l’economia nel piano interno.
La politica agricola del governo Obama sembra essere stata calcolata per alimentare la ribellione. L’Egitto, paese desertico, dipende essenzialmente dal grano americano, il cui prezzo è salito del 70% negli ultimi mesi, mentre il dollaro scendeva di valore, creando una situazione insostenibile per gli egiziani. Con mesi di anticipo, gli analisti economici stavano avvisando che la cosa sarebbe esplosa: (v.
http://www.mcclatchydc.com/2011/01/31/107813/egypts-unrest-may-have-roots-in.html).
Ribellioni simili stanno delinenandosi in altri paesi islamici, come Tunisia, Giordania e Yemen, sempre dirette alla stessa meta: eliminare i governi pro-occidentali e ampliare l’influenza dei Fratelli Musulmani, alleati di Hamas e di altre terroriste. Lo stato di panico che si è diffuso tra quei governi può essere valutato dal fatto che negli ultimi mesi hanno importato più grano di quanto abbiano mai fatto, rendendo ancora più difficile la situazione degli egiziani.
Anche unificato intorno al progetto del Califfato Universale, l’Islam non rappresenterebbe un grande pericolo strategico a breve scadenza per l’Occidente, ma nulla di quanto succede nel mondo islamico è isolato dalla grande strategia “eurasiana” che orienta oggi i governi della Russia e della Cina. L’idea si è originata nel “nazional-bolscevismo”, un sincretismo ideologico creato dallo scrittore Edward Limonov e dal filosofo Alexandre Duguin negli anni ’80. Partendo da uno schema brutalmente stereotipato della civiltà dell’Occidente, estratto dal libro di Sir Karl Popper, “La Società Aperta e i suoi nemici”, Limonov sognava una alleanza mondiale tra tutti i virtuali nemici della mentalità scientifico-relativista occidentale, cioè, tutti gli amanti delle “verità assolute”. Poiché si trattava solo di distruggere il relativismo – e, di rimbalzo, la civiltà basata in esso – poco importava, a Limonov, che i vari assoluti convocati per la lotta si contraddicessero tra di loro, la fraternità negativa poteva includere in sé, senza alcun scrupolo di coerenza, comunisti e tradizionalisti cattolici, nazisti, fascisti, islamisti, induisti, ammiratori di René Guénon e Julius Evola, etc. Come se tutto questo non fosse sufficientemente elastico, la santa unità riceveva a braccia aperte pure ogni sorta di odiatori degli USA, anche se sprovvisti di qualsiasi potere assoluto identificabile: punks, “ribelli senza causa”, militanti di Black Power e così via. Sull’onda di anti-americanismo che si è sparso per il mondo dopo la dissoluzione dell’URSS; l’offerta di spegnere vecchi antagonismi sulla base dell’odio a un nemico comune è parso un sollievo per molta gente, specialmente ai seguaci di Guénon e di Evola, che, ostili al “mondo moderno” in generale, hanno visto qui il rimedio al loro angosciante senso di isolamento.
Il “nazional-bolscevismo” era solo un’ideologia, ma Alexander Duguin (un cervello molto più consistente di quello di Limonov), è riuscito a superarlo e ad assorbirlo in una formidabile sintesi strategica, l’ “eurasismo”, che oggi orienta la politica internazionale di Vladimir Putin e la cui prima vittoria sostanziale è stata la costituzione del Patto di Solidarietà di Shangai (v.
http://www.olavodecarvalho.org/semana/060130dc.htm), destinato ad ampliarsi fino a comprendere, se possibile, tutte le forze anti-americane dell’universo (specialmente i Fratelli Musulmani), non soltanto attorno a una vaga proposta ideologica, ma anche a piani di azione politico-militari molto ben definiti.
Tanto Limonov quanto Duguin sono figli di ufficiali del KGB, e il secondo è oggi il maître à penser dell’uomo che più nitidamente incarna il KGB al potere.
Sedotti dalla promessa di distruggere il “mondo moderno”, molti tradizionalisti di periferia – cattolici, ortodossi o musulmani – finiranno probabilmente per diventare i migliori utili idioti che il KGB abbia mai avuto a sua disposizione. A nessuna di queste brillanti intelligenze è mai venuto in mento che il liberalismo di Karl Popper è una cosa, e la nazione americana è completamente diversa; che la distruzione o la marginalizzazione di quest’ultima non porterà con se l’estinzione della esecrabile “modernità” e l’avvento del Regno di Dio sulla Terra, bensì il trionfo dei globalisti occidentali (Bilderbergers e tutti quanti[in italiano nel testo, NdT]), per i quali la neutralizzazione del potere nazionale americano è l’urgenza delle urgenze, e le cui relazioni con lo schema russo-cinese sono molto più amichevoli di quanto tutta la retorica “eurasiana” dia a intendere (e lo stesso appoggio del governo Obama alla ribellione egiziana è ancora una ulteriore prova di questo).
La crisi in Egitto non è solo una vittoria del radicalismo islamico, ma, dietro a esso, del progetto eurasiano.

Annunci