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Il colpo di grazia, stamani, me lo hanno dato alcuni cattodeficienti (naturalmente, a scanso di ire funeste, con questo termine, ahem, voglio dire "in deficit di qualcosa, ossia di rilfessione approfondita sul caso e che, in quanto cattolici, avrebbero potuto pervenire a una conclusione differente, viste le premesse, etc etc"…, naturalmente…).

Ieri sera, cercando di digerire una cena ad Ariccia a base di porchetta (non ho più l'età, mannaggia…) ho trascorso un po' più di tempo a leggere. Un libro stupendo, che tra l'altro consiglio vivamente a chi fosse interessato a una delle nostre stagioni poetiche più citate e imitate che comprese, mi faceva compagnia. Il libro è G.Tabanelli, "Carlo Bo. Il tempo dell'ermetismo". La mia copia è la prima edizione del 1986, edita da Garzanti, che comprai su un barroccino di libri usati. Ma adesso ho visto con gioia  che, in occasione del centenario della nascita di Bo, è appena uscita una nuova edizione, che pare essere arricchita anche di foto che nella mia edizione non ci sono. 
Ok, il libro è composto di una serie di testimonianze. In quella di Alessandro Parronchi leggo, in risposta alla domanda di come era nato l'ermetismo: 

Isolati come eravamo da una situazione politica che ci teneva all'oscuro della realtà, fu per noi naturale imparare a meditare sulle cose. Fu così che della letteratura scartammo l'aspetto superficiale – e con essa anche l'ossessione del successo, della notorietà – e ci aprimmo a un raggio di letture che fino allora erano rimaste tra i letterati senza eco. Il desiderio di approfondire portò con sé un uso più responsabile del linguaggio, e quindi un bisogno di scavo, punti di vista nuovi. (p.131)

le due cose messe insieme, mi hanno ricordato un vecchio articolo di Olavo, che vi propongo, così per ristorarsi un poco, come direbbe il nostro amico di Osteria volante, quando propone qualcosa di buono.


Un consiglio di Eraclito
 
Olavo de Carvalho
O Globo, 22 de novembro de 2003

(orig.portoghese)

 
 
           La regola più importante del metodo filosofico è forse quella che Eraclito formulò nella severa concisione della massima  “Gli uomini svegli stanno tutti nello stesso mondo. Quando dormono, ognuno va nel suo”. Abraham Lincoln tradusse ciò dicendo che tu puoi ingannare molte persone per qualche tempo, o alcune per molte: ma non tutte per tutto il tempo.
            Sapere che stiamo nello stesso mondo nel quale vissero i saggi della Cine e dell’Egitto, i profeti di Israele, i mistici hindu, i sacerdoti africani ed indigeni, i filosofi greci e quelli dell’Europa medievale, e che il nostro vivere la realtà, dal punto di vista sostanziale, non è più ricco né più valido della loro, dovrebbe essere sufficiente per mettere sul’avviso l’intellettuale moderno che le sue idee, se non resistono ad un confronto con l’unanimità dei secoli, non devono valere gran cosa.
            Per molto tempo i filosofi rispettarono questa unanimità, sebbene solo la conoscessero parzialmente. Oggi i libri classici di tutte le tradizioni sono accessibili in lingue moderne, e chiunque ignori la convergenza essenziale delle loro rispettive visioni dell’universo, soprattutto in ciò che concerne la struttura dei mondi spirituali, deve essere considerato, in limine, un apedeuta indegno di entrare nella discussione di qualsiasi argomento intellettualmente rilevante. Nell’impossibilità di leggere tutto, almeno la massa dei documenti raccoliti da Whitall N. Perry in “A Treasury of Traditional Wisdom”, che è appena uscito in una nuova edizione più completa, è una conoscenza obbligatoria per chiunque voglia opinare in questione di filosofia, religione, morale o politica. Le tre forme essenziali di registro della esperienza spirituale umana sono il mito, la rivelazione, la filosofia classica. Questi tre linguaggi sono eminentemente intra-traducibili. Per mezzo del loro studio impariamo  l’unità dell’esperienza umana dell’esistenza e scopriamo l’ovvio: che essa forma il fondo dal quale emergono tutti i concetti, tutte le idee, tutti i criteri di conoscenza, e ciò vale anche per le scienze più presumibilmente autonome come la fisica e la chimica (se aveste dubbi, consultate “A Ciência e o Imaginário” di André Corboz e outros, UnB, 1994). Oltre a questo, è tutto pazzia personale o moda culturale, destinata a dissolversi nell’oblio, per quanto rumore possa fare per qualche tempo.
            Eppure, è impressionante il numero dei filosofi degli ultimi due secoli che, con candore quasi psicotico, assicurano che tutta l’umanità che ci ha preceduto si sbagliava circa sé stessa e che essi sono i primi a svelare  l’autentica realtà. Per millenni le generazioni avrebbero dormito, immerse in mondi fittizi, fintanto che Karl Marx, Freud, Nietzsche o Heidegger non sono venuti a svegliarle per informarle — finalmente! — dove si trovavano. Pensavano di cercare Dio o la sapienza, Marx le informa che inconsciamente difendevano un’ideologia di classe. Immaginavano di aspirare alla perfezione morale, Freud rivela loro che era tutto un camuffamento del desiderio sessuale represso. Sognavano di realizzare ideali elevati, Nietzsche mostra loro che in realtà volevano solo il potere. Pensavano di investigare l’essere, e  Heidegger li accusa di coprirlo. Tutto questo quando non appaia qualche decostruzionista per dire loro che esse neppure esistono, che erano solo segni di un testo immaginario.
            Anche quando la ricerca mostra che queste interpretazioni peggiorative sono state costruite su frodi, manipolazioni e illogismi spaventosi, il loro attuale prestigio è tanto grande che con la loro ombra coprono tutto ciò che è venuto prima, come se Socrate o Lao Tze non avessero più il diritto di parlare con la loro propria voce, ma solo per mezzo della bocca di qualche controllore moderno.
            Il risultato è che ogni “nuova verità”, in vece di aumentare il deposito delle conoscenze, solo serve per sopprimerlo, per farlo divenire incomprensibile alle generazioni successive. L’esperienza umana di un Marx, di un Freud, di un Nietzsche  — per non parlare di un Sartre o di un M. Foucault — è straordinariamente diminuita, contratta, e lascia fuori continenti interi registrati nel lascito universale.
Per essere accettati dalla comunità intellettuale elegante, si deve ritagliare la nostra anima secondo il figurino di questi ego mutilati, disprezzando tutto ciò che non rientri nel loro ristretto orizzonte. La “autorità dell’ignoranza” , come la denomina Eric Voegelin, è divenuta il supremo criterio in tutte le discussioni. Non vogliamo più essere nani sulle spalle dei giganti. Vogliamo che i giganti si prostrino perché i nani divengano si statura umana.

            Platone e Aristotele erano consapevoli, per esempio, che non potevano usare termini generali senza primi averli decomposti analiticamente nei loro vari strati di significato. Dopo più di due millenni, accettiamo rozze figure di linguaggio — “materialismo dialettico”, ”libido”, “volontà di potenza” — come se fossero concetti oggettivi, e neppure ci rendiamo conto che non resistono alla più modesta decomposizione analitica. Ragioniamo per mezzo di feticci e formule magiche. Credendo di trovarci sul pinnacolo della conoscenza, siamo discesi al livello di puerile autoinganno.

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