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Società giusta

Olavo de Carvalho
 
(Mídia Sem Máscara, 11 marzo 2011)

 (http://www.midiasemmascara.org/artigos/cultura/11911-sociedade-justa.html)
 

L’altro giorno mi hanno domandato quale sia il mio concetto di una società giusta. La parola “concetto” entrava nella domanda piuttosto nel senso americano e pragmatista del termine che in quello greco-romano. Invece di designare solo la formula verbale di un’essenza o di un ente, significava lo schema mentale di un piano che doveva essere realizzato. In questo senso, evidentemente, io non avevo alcun concetto di società giusta, perché, persuaso che non tocca a me portare al mondo una cosa tanto meravigliosa, non mi pareva neppure essere un’occupazione molto utile stare a inventare piani che non avevo nessuna intenzione di realizzare.
Quello che stava alla mia portata, invece di questo, era solo analizzare l’idea stessa di “società giusta” – il suo concetto nel senso greco-latino del termine – per vedere se aveva qualche senso e se poteva in qualche modo servire a qualcosa.

Cominciamo subito con il dire che gli attributi di giustizia e ingiustizia si applicano soltanto a enti capaci di agire. Un essere umano può agire, un’impresa può agire, un gruppo politico può agire, ma la “società”, come un tutto, non può.

Ogni azione sottintende l’unità dell’intenzione che la determina, e nessuna società arriva mai ad avere una unità di intenzioni che giustifichi il poterla indicare come soggetto di un’azione determinata. La società, come tale, non è un agente: è il terreno, la cornice dove le azioni di migliaia di agenti, mossi da intenzioni diverse, producono risultati che non corrispondono integralmente neppure alle loro stesse intenzioni, figuriamoci a quelle di un ente generico chiamato “società”!

“Società giusta”, pertanto, non è un concetto descrittivo. È una figura di linguaggio, una metonimia. Proprio per questa ragione, ha necessariamente una molteplicità di sensi che si sovrappongono e si mischiano in una confusione inestricabile, che è sufficiente per spiegare perché i maggiori crimini e ingiustizie nel mondo sono stati praticati, precisamente, in nome di una “società giusta”.

Quando si adotta come meta delle proprie azioni una figura di linguaggio immaginando che sia un concetto, cioè, quando ci si propone di realizzare una cosa che non si riesce neppure a definire, è fatale che si finisca per realizzare qualcosa di totalmente differente da quello che si immaginava. Quando questo succede c’è pianto e stridore di denti, ma quasi sempre l’autore del problema si schiva dal fare i conti con le proprie colpe, afferrandosi con la tenacità del granchio a una serie di buone intenzioni che, proprio perché non corrispondono a nessuna realtà identificabile, sono il miglio analgesico per coscienze poco esigenti.

Se la società, in sé, non può essere giusta o ingiusta, ogni società abbraccia una varietà di agenti coscienti che, questi sì, possono praticare azioni giuste o ingiuste. Se c’è un qualche significato che abbia senso che possa essere attribuito alla espressione “società giusta”, è quello di una società dove i diversi agenti hanno mezzi e desiderio di aiutarsi gli uni gli altri a evitare atti ingiusti o ripararli quando non è stato possibile evitarli.
Società giusta, in fine dei conti, significa solo una società dove la lotta per la giustizia sia possibile. “Mezzi” significa: “potere”. Potere legale, certamente, ma non solo questo: se non hai potere economico, politico e culturale per far valere la giustizia, conta assai poco essere a suo lato.

Per avere quel minimo di giustizia senza la quale l’espressione “società giusta” sarebbe soltanto un bel rivestimento per crimini nefandi, è necessario che ci sia una certa varietà e abbondanza di mezzi di potere sparsi tra la popolazione invece che di averli concentrati nelle mani di una élite illuminata o fortunata. Però, se la stessa popolazione non è in grado di creare questi mezzi, e invece di ciò, ha fiducia in un gruppo rivoluzionario che promette di prenderli dagli attuali detentori e distribuirli democraticamente, allora sì che il regno dell’ingiustizia si installa una volta per tutte.

Per distribuire poteri si devono prima averli: il futuro distributore di poteri deve prima di tutto diventare il detentore monopolistico di tutto il potere. E anche se dopo compisse la sua promessa, la mera condizione di distributore dei poteri continuerà a fare di esso, sempre di più, il sognore assoluto del potere supremo.
Poteri, mezzi di azione, non possono essere presi, né dati, né imprestati, devo essere creati. Altrimenti, non sono poteri: sono simboli di potere, usati per mascherare la mancanza di potere effettivo. Chi non ha potere di creare mezzi di potere sarà sempre, nella migliore delle ipotesi, lo schiavo del donatore o del distributore.
Nella misura in cui l’espressione “società giusta” può trasformarsi da figura di linguaggio in concetto descrittivo possibile, diventa chiaro che una raltà corrispondente a questo concetto può esistere soltanto come opera di un popolo dotato di iniziativa e creatività – un popolo i cui atti e le cui imprese siano variati, inediti e sufficientemente creativi perché non possano essere controllati da nessuna élite, sia fatta essa di accomodati oligarchi o di rivoluzionari avidi di potere.

Colui che desidera sinceramente liberare il proprio popolo dal giogo di un’élite che comanda non promette mai di prendere il potere a questa élite per distribuirlo al popolo: cerca invece di liberare le forze creative latenti nello spirito del popolo, perché questo impari a generare i propri mezzi di potere – molti, diversificati e imprevedibili – minando e diminuendo i piani della élite – di qualsiasi élite – prima che questa possa neppure capire cosa sia successo. 

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