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Un fenomeno che mi interessa molto, dato anche il tipo di lavoro che svolgo, è la resistenza che facciamo ad accogliere informazioni che non hanno alcun punto in comune con dati acquisiti in precedenza. Un caso molto evidente è quando ci parlano di cose che appaiono impossibili perché non ne abbiamo mai sentito parlare. Oppure quando si portano delle fonti "strane": non perché non siano plausibili, ma perché non se ne è mai sentito parlare. 
Per questa ragione mi è piaciuto questo articolo di Olavo. E anche se si riferisce al caso brasiliano, come sempre, mutatis mutandis, ci sono utili indicazioni anche per noi.

Autori sconosciuti
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 17 de março de 2011

(originale portoghese)

La cosa sta diventando di moda in Brasile: quando non hanno più nulla da portare contro di me, gli spiritosoni si attaccano ai più svariati argomenti suicidi, reclamando che cito “autori sconosciuti e oscuri”. Questa ostensiva proclamazione di superiorità della ignoranza sulla conoscenza appare molto persuasiva a coloro che la emettono, grazie alla approvazione che ricevono da alcuni dei loro ascoltatori, praticanti, come loro, della più severa astinenza bibliografica.

Fatti come questi basterebbero per spiegare perché il deputato Tiririca [un clown semianalfabeta che ha ricevuto il più alto numero di preferenze alle ultime elezioni brasiliane, NdT] è il presidente della Commissione Cultura della Camera Federale e perché la istituzione universitaria  che si suppone sia la più qualificata che esista in questo paese sta al 232º posto nella classifica delle migliori università del mondo, al di sotto di quelle di Corea del Sud, Tailandia, Indonesia, Singapore, India, Messico e Taiwan.

L’ipotesi che davanti alla citazione di un’opera sconosciuta il lettore dovrebbe cercare di attivarsi per conoscerla è cosa che mai passerebbe per la testa di quei signorini. Lo capisco perfettamente. Una volta, quando dissi agli studenti del corso di Amministrazione Pubblica della PUC del Paranà che uno studioso serio ha l’obbligo di leggere ogni anno almeno un’ottantina di libri della sua area fui ricevuto da infiammate proteste contro una così oppressiva e titanica esigenza. Gli infelici si guardavano l’uno con l’altro, con gli occhi strabuzzati, e ripetevano increduli: “ottaaaaaaanta??”

L’accusa [di citare autori sconosciuti, NdT] evidenzia anche che i suddetti soggetti non comprendono la citazione di autori come indicazioniedi fonti che devono essere verificate, ma solo come argumentum auctoritatis, captazione di appoggio a figure di prestigio. Per questo fine, naturalmente, bisognerebbe citare solo autori adulati dai mass-media popolari, livellando il mio discorso a quello della intellighenzia giornalistica media, con l’aggravante del fatto che in Brasile la media sta molto più in basso di quella internazionale. Ma certamente non è con questo proposito che faccio citazioni, come qualsiasi persona di cultura deve percepire a prima vista e come, tra l’altro, per carità con i più ciuchini, ho perfino reso esplicito in una nota di "O Jardim das Aflições" [“Il Giardino delle Afflizioni; NdT].

Però, materialmente, il contenuto del reclamo non è falso. Leggo e cito gli autori per quello che dicono, non per quello che altri dicono di loro. Non mi è mai passato per la testa che io dovessi agire in modo differente. Fu fidandosi ciecamente nella autorità dei suoi pari che lo “specialista in affari brasiliani” del Council on Foreign Relations, Kenneth Maxwell, finì per giurare che il Foro de São Paulo non esisteva. Preferisco irritare un pubblico di ignoranti presuntuosi che passare una vergogna  di quelle dimensioni. In fondo, fino a ora praticamente tutto quello che dissi di più irritante si è alla fine confermato con una scadenza molto ragionevole – e molto di quello che ho scoperto è stato grazie alla mia abitudine, o dovere assolto, di prestare attenzione non tanto agli autori popolarmente incensati quanto a quelli modesti, oscuri e indebitamente ignorati.

Gli autori “sconosciuti” che cito si possono classificare nelle seguenti categorie:

1) Grandi filosofi, applauditi internazionalmente, ma sconosciuti in Brasile e introdotti nel dibattito brasiliano per mia stessa iniziativa. È il caso di Eric Voegelin, Bernard Lonergan, Xavier Zubiri, Eugen Rosenstock-Huessy, Constantin Noica, Lucien Blaga e molti altri, senza contare perfino autori nazionali che il Brasile ignorava, come Mário Ferreira dos Santos. Invece di ringraziarmi per aver loro rivelato questi tesori, i disgraziati stanno a rosicare come la volpe davanti all’uva della fiaba o cercano di andare a sparare opinioni su queste cose con la disinvoltura verbale e scenica di chi conosce questi autori da moltissimo tempo – performance che, lo ammetto, richiede un qualche talento, come già spiegai a suo tempo in un articolo del 1999 .

2) Ricercatori universitari rispettati in un circolo di specialisti, ma poco accessibili al pubblico in generale, anche fuori del Brasile. È perfino curioso che si alzi contro di loro l’accusa di “sconosciuti”, perché i loro lavori appartengono proprio al tipo di bibliografia che normalmente appare in tesi universitarie. Accompagnare questi lavori è uno stretto dovere di qualsiasi studioso professionale. Il fatto che citarli causi tanto spavento mostra che l’ambiente universitario brasiliano ha perso completamente di vista i suoi obblighi più elementari –motivo per il quale, tra l’altro, le tesi prodotte dalle nostre università stanno sempre più scomparendo dalla  bibliografia internazionale.

3) Autori che hanno avuto una grande accoglienza in altre epoche, perfino in Brasile, ma che sono stati ingiustamente dimenticati. È il caso di Émile Boutroux, Felix Ravaisson, M. Stanton Evans, Ivan Illitch, Arthur Koestler e molti altri. Persone che immaginano che il mondo sia iniziato nel giorno della propria nascita non possono nemmeno sapere quello che sto dicendo. Il loro stupore è quello del piercolo che immagina che nel resto del mondo non abbia nulla che non esista nel paesetto dove passò l’infanzia.

4) Autori di poco rilievo, ma la cui testimonianza deve essere tratto alla luce per l’esatta comprtensione dei fatti che espongo. Sotto questi aspetti, qualsiasi esigenza di fama e prestigio è totalmente senza senso, perché questi autori sono convocati come testimoni ed esempi, non come autorità che facciano da padrini alle mie opinioni.

È vero, quindi, che cito “autori sconosciuti”. Ingenuamente, sempre ho immaginato che fosse obbligo per un intellettuale cercare la verità in qualunque luogo fosse e scoprire, preferibilmente, qualcosa che i propri lettori non sapessero. Vedo adesso che, secondo questi noiosi impertinenti, il mio dovere sarebbe quello di copiare opinioni di cui già abbondantemente si è data notizia e ripeterle con aria di chi sta dicendo una grande novità.

Vivendo si impara.
 

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