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La superiorità dei peggiori


Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 20 de dezembro de 2010

(originale in portoghese)
 

Ho già citato varie volte la massima di Hugo von Hofmannsthal, profondamente vera, che dice che non c’è nulla che si trovi nella politica di un paese che prima non sia stato nella sua letteratura. Una conseguenza di ciò è che, senza una estesa conoscenza della storia culturale e letteraria, l’osservatore capta soltanto, dei fatti politici, la forma finale visibile che appare nei notiziari quotidiani, senza vedere nulla delle correnti profonde dove si sono formati e dove sarebbe stato possibile, nel momento giusto, modificarli.

Non esiste, in pratica, alcuna manovra politica, tattica o strategica, che non sia sorta prima come artificio letterario. La ragione di questo è semplice: nessuno può fare ciò che prima non abbia immaginato, e sfruttare le possibilità dell’immaginario sociale, facendole diventare pensabili nel linguaggio comune, è la funzione principale degli artisti della parola. Nella “destra” brasiliana, l’ossessione per l’economia, per l’amministrazione e per il marketing porta molti sedicenti “uomini pratici” agli errori più puerili e disastrosi, che sarebbe stato possibile evitare con un poco di cultura letteraria.

Vi do un esempio scioccante.

Quando oggigiorno si vedono terroristi che danno lezioni di morale, narcotrafficanti e sequestratori mettendo in riga senatori e deputati, travestiti vestiti da suore che obbligano un sacerdote a dare loro la comunione, o il proprio Presidente della Repubblica [all’epoca Lula, NdT] che esalta i banditi delle FARC come persone oneste che hanno tutti i diritti ad arrivare al potere di Stato, si resta naturalmente disorientati e non si sa come reagire davanti a condotte così ciniche e svergognate, che si moltiplicano sotto gli occhi di tutti, fino al punto di imporsi come pratiche normali e legittime.

È un fenomeno che tende ad espandersi in modo illimitato e che potrà essere fermato soltanto a costo di una faticosissima e quasi impossibile rieducazione di tutta la società. Ma sarebbe stato possibile  soffocarlo sul nascere, se i liberali e i conservatori, invece di restare ipnotizzati davanti agli avvenimenti più vistosi, si fossero presi la briga di vedere come queste cose nascono e si sviluppano in una discreta penombra prima di apparire in modo strepitoso sulle prime pagine dei giornali.

Questa e altre tattiche abiettamente maliziose, che sono ormai diventate parte del nostro scenario quotidiano, sono apparse, come in genere tutte le componenti di quella che sarebbe divenuta la “spirale del silenzio”, nel secolo XVIII; e, come non poteva non essere, apparvero prima come un fatto di tecnica letteraria.

Il suo inventore fu Denis Diderot, un genio perverso della propaganda rivoluzionaria. Per  crearla si appoggiò alla vecchia tradizione drammaturgica del “buffone di corte” – il personaggio di basso livello sociale che, proprio a causa della sua apparenza disprezzabile, svolge il ruolo di controllore della classe dominante, con il permesso e sotto la protezione di quest’ultima, alla quale serve come specchio amplificatore dove essa scorge i propri difetti e debolezze. Sia nella drammaturgia che, con frequenza, nella propria realtà storica, il buffone di corte fu per secoli una parte essenziale nell’apparato percettivo dei governanti, che attraverso di lui potevano prendere coscienza dei propri punti ciechi, evitando di ubriacarsi in pericolose illusioni e assicurando un dominio più solido sulla realtà delle situazioni.

Diderot scoprì che, con piccole modifiche, il buffone avrebbe potuto diventare uno strumento diretto, non all’orientamento e correzione della classe dominante, ma alla sua distruzione. Per far questo era sufficiente aggiungere all’inferiorità sociale del personaggio alcuni tratti di genuina perversità morale, conservandone, al contempo, il suo ruolo di controllore sociale e di critico della moralità del mondo. Nel suo dialogo Le Neveu Rameau (“Il nipote di Rameau”), (1761) egli creò la figura di quello che si sarebbe in seguito chiamato, negli studi letterari, “l’eroe abietto” (cfr. il magistrale studio di Michael André Bernstein, Bitter Carnival: Ressentiment And The Abject Hero, Princeton University Press, 1992). È un tipo dichiaratamente inferiore, non solo dal punto di vista sociale, come il vecchio buffone di corte, ma anche da quello umano e morale. È un ingannatore, un cinico criminale, un sociopatico nel più legittimo significato del termine –, ma, per questo, è nella posizione perfetta per guardare la società intera come un tessuto di crimini, proiettando in essa la sua propria torbidezza d’anima e interpretando tutto secondo l’ottica corrosiva di un discorso di accusa davvero infernale.

L’esempio fruttificò, ma non solo in letteratura. Si diffuse grazia alla retorica politica e divenne un luogo comune della propaganda rivoluzionaria. Cinque anni dopo la morte di Diderot, il suo personaggio si era già moltiplicato in migliaia di criminali veri, grandi e piccoli, che, esaltati dalla Rivoluzione, salivano sui pulpiti e sulle cattedre per rimproverare, dall’alto della loro incontestata autorità morale, i peccati della società.

Quando una idea letteraria si consacra come un topos, un luogo comune della retorica politica, è ormai impossibile impedire che le persone vedano la realtà sotto la sua ottica deformante. I fatti, per quanto numerosi ed evidenti, ormai nulla possono. Dicano quello che vogliono, l’automatismo dell’immaginario li ricostruirà alla sua maniera, dando loro, continuamente, il senso fittizio che si consacrò nel topos.

Fuori dalla Francia, la trasmutazione della figura “eroe abietto” in arma di combattimento politico fu più lenta, ma non per questo meno irreversibile. Prima venne la convinzione che i criminali sono vittime passive della società, e non autori dei loro atti propri. Poi, la trasfigurazione delle pretese vittime in simboli dei valori morali genuini che la società ipocrita aveva usurpato. Infine, il simbolo divenne realtà: criminali, prostitute e psicopatici non solo ormai “rappresentavano” il meglio della società, ma lo caricavano con sé come qualità personale concreta.

Quando, a partire dagli anni ’50, il proletariato venne escluso dalla condizione di protagonista principale del cambiamento rivoluzionario, e la Scuola di Francoforte consacrò. Al loro posto, i delinquenti e marginali di tutti i tipi, tutto era pronto perché il cinismo dei peggiori si imponesse come incarnazione della massima rispettabilità, accusando e umiliando tutti e gettando le persone perbene nel cestino della spazzatura della “spirale del silenzio”
 

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