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L’uomo invisible
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 19 de abril de 2011

(originale in portoghese)
 

La controversia dei documenti invisibili, inconoscibili e intoccabili di Barack Hussein Obama, che i mass-media sono riusciti a soffocare, grazie a ironie, etichettature calunniose e intimidazione diretta, è tornata in primo piano grazie al pre-candidato repubblicano alla presidenza, Donald Trump. Il bam-bam-bam degli immobili, oltre ad avere denaro sufficiente per non impaurirsi davanti al miliardo di dollari della campagna di Obama (il più grande spesa di propaganda elettorale della Storia), conta inoltre su un altro punto decisivo: avere tutti i propri documenti in ordine e sa esibirli in modo da mettere il suo concorrente con le spalle al muro mediante la domanda senza possibilità di risposta, oggi sparsa per tutto il territorio americano: “Where is the birth certificate”? [“Dov’è il certificato di nascita?”]. Se John McCain avesse fatto questo, non solo avrebbe vinto le elezioni, ma avrebbe gettato nella spazzatura la carriera del suo avversario. Obama sarebbe adesso conosciuto per quello che realmente è: un piccolo imbroglione che grandi disonesti hanno raccolto dalla strada per un lavoretto sporco perché, malgrado la sua assoluta mancanza di qualità, aveva il physique du rôle: il colore della pelle politicamente opportuno, una bella voce per leggere i discorsi nel teleprompter e, soprattutto, la perfetta invulnerabilità a ricatti in ragione della sua mancanza di documenti e della sua biografica falsificata.

Fin dall’inizio della campagna, affermai che l’identità di Obama, molto più delle sue idee e proposte, era il punto degno di attenzione, perché la condotta di un uomo al potere non dipende da ciò che gli dice in suo favore, ma da ciò che egli realmente è. Ora, le idee e le parole di Obama furono abbondantemente diffuse, dibattute, esaltate e ridicola rizzate, ma voler sapere qualcosa dell’identità di questa creatura al di là della pubblicità ufficiale è diventato riprovevole, peccaminoso, un tabù nella più piena forza del termine. Tutti i grandi mass-media, la classe politica di entrambi i partiti, gli astri e le stelle di Hollywood e battaglioni di burocrati zelanti si sono uniti per questo dine. Mai una blindatura così forte e una guardia di pretoriani[1] così intollerante si sono alzati per proteggere dalla pubblica curiosità, come se fosse un tesoro sacro, il passato sporco di un imbroglione.

Questo passato include, tra le mille e mille vergogne coperte, una storia familiare completamente falsa, dove praticamente nessun dichiarazione del personaggio coincide con i documenti esistenti né con le testimonianze di terzi; la carriera universitaria finanziata da un miliardario saudita pro-terrorismo, senza che fino a oggi se ne sappia il motivo; mille e una relazioni intime con organizzazioni comuniste e radicali; la militanza tra le file di Saul Alinsky, impegnate a smantellare la previdenza sociale e il sistema bancario per affrettare l’avvento del socialismo; l’iscrizione a un partito socialista, mille volte negata con tono di dignità offesa, fino a quando è apparsa la tessera di militante e si è smesso di parlarne; la frode letteraria dei due libri che gli hanno portato la fama di grande scrittore, e che oggi si sa essere stati scritti dal suo amico William Ayers; il mistero, del tipo “terminator del futuro”, dell’iscrizione nelle liste di leva firmato nel 1988 in un formulario stampato nel 2008; una fortuna spesa in avvocati per nascondere praticamente tutti i documenti personali che invece, proprio al contrario, ogni candidato alla presidenza ha l’obbligo di esibire al pubblico, e che tra l’altro tutti sempre mostrarono. E così via.

Come è possibile che, con una biografia così scandalosamente sospetta, un politico sia immunizzato dall’intero establishment  contro qualsiasi tentativo di scoprire chi è? Chi, tra le alte gerarchie dei demoni, ha decretato che il più potente paese del mondo deve accettare uno sconosciuto come presidente, reprimendo la tentazione di fare domande?

L’episodio del certificato di nascita è solo una onda in più in uno tsunami di oscurità davanti alle quali l’elettorato ha il dirittto soltanto di mantenere un rispettoso silenzio, a testa bassa e compunto come se la grossolana patacca fosse un mistero sacrale.

Obbligare un popolo a sopportare tutto questo, sotto pena di etichettarlo di “razzista”, è sicuramente l’esigenza più prepotente, il ricatto psicologico più sfacciato di tutti i tempi.

Però, una volta che questo popolo ha accettato di votare il colore della pelle senza domandare quello che c’era dentro la scatola, dovrà continuare a cedere e a cedere fino all’abiezione totale, perché ha dato all’uomo della razza unta il diritto di imporre loro qualsiasi esigenza dannosa e assurda senza mai smettere di restare al di sopra di ogni sospetto.

Il muro di protezione innalzato intorno a Obama non è stato smontato dopo le elezioni. È cresciuto ed è diventato più forte, i pretoriani più aggressivi, al punto che praticamente nulla di ciò che quest’uomo abbia fatto di maligno e fatale contro il suo paese arriva mai a conoscenza del popolo che lo ha eletto. Il blocco è completo, il controllo del flusso di informazioni è così rigido e intollerante quanto la censura sovietica o nazista, con la differenza che è in vigore soltanto nei grandi mass-media, lasciando fuoriuscire informazioni nella stampa lillipuziana e alla radio e cercando, secondo i dettami della ingegneria sociale di punta, non un utopico strangolamento totale, ma solo il dominio efficiente dei risultati statistici generali.

Nel WorldNetDaily della settimana scorsa, l’opinionista Craig R. Smith domanda, perplesso: “Come può Obama farla franca facendo quello che fa, senza che mai si senta fare neppure un accenno nei grandi mezzi di comunicazione?”
Il prezzo della benzina e il debito nazionale sono raddoppiati da quando è asceso alla presidenza, e nemmeno un giornale o un canale TV dà il benché minimo segno di aver percepito che è successo qualcosa. Egli licenzia 87.000 lavoratori dell’industria del petrolio con un solo colpo di penna, e non si sente un singhiozzo. Manda a bombardare la Libia senza l’autorizzazione del Congresso, e quello che si vede sono soltanto lodi al suo senso umanitario. Tre milioni di miliardi di dollari di stanziamenti per gli “stimoli” – sì, “milioni di miliardi”, non “miliardi” – sono distribuiti senza il nome del destinatario, e la reazione è come se una monetina da 25 cent fosse caduta dalla tasca di uno scolaretto. Il nostro eroe non paga i debiti con migliaia di legittimi creditori della General Motors mentre distribuisce miliardi a disonesti sindacalisti amici suoi, e, basandoci sul New York Times, sulla CNN, sul Los Angeles Times e simili, nessuno ha detto “ahi”. Egli distrugge a vista d’occhio il miglior sistema sanitario del mondo, e la voce di milioni di danneggiati non risuona nei mass-media nemmeno come vago sussurro di scontento. Metà del mondo chiede a gran voce che restituisca il suo Nobel per la Pace, e nulla di questo grido di rivolta arriva a conoscenza del pubblico americano.

Senza nessun ombra di dubbio, Obama è stato collocato nella presidenza con la missione di distruggere il suo paese, ma quelli che lo hanno nominato non lo hanno lasciato senza aiuto nell’arena. Lo hanno circondato di tutte le protezioni necessarie per mantenerlo al sicuro non solo dalle critiche, ma perfino dalle domande. Obama può fare quello che vuole, per quanto più chiaramente disastroso e maligno sia. “Honni soit qui mal y pense.” Se, nonostante questo, qualche informazione ancora circola in internet o in radio, è solo una prova del fatto che la falsificazione perfetta non esiste e nemmeno c’è bisogno che esista. Quando Abraham Lincoln disse che non si può ingannare tutti tutto il tempo, si dimenticò di aggiungere che questo non è necessario: per ottenere gli effetti più devastanti, basta ingannare la maggioranza degli scemi per un certo tempo – il tempo necessario perché la verità, quando apparirà, sia ormai diventata appena una curiosità da storici.

Chiunque, davanti a questo fenomeno, ancora immagina che la struttura reale del potere nel mondo coincida con la gerarchia formale degli incarichi pubblici, con l’ordine visibile dei prestigi o con le frontiere geopolitiche convenzionali, deve essere considerato uno stupido incurabile o un furbastro con il suo piano.
 


[1] Olavo usa il termine “Guardia di ferro”, facendo allusione forse alla Garda de fier, il movimento ultranazionalista rumeno a cavallo delle due guerre mondiali. Poiché forse il riferimento non è immediato per tutti, traduco qui e più avanti con una espressione che ritengo equivalente NdT.
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