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Sfogliando i giornali sul caso del certificato di Obama si leggono commenti annoiati o stizziti (quando invece adesso un clamoroso silenzio sul caso): quei razzisti-fanatici-di-estrema-destra (la destra è sempre estrema, per pavloviana coazione aggettivante) dei birthers adesso potranno stare zitti. 

E invece, attenzione: il problema, come già dicevamo, è appena iniziato. Pur lasciando di lato la questione della veridicità o meno del certificato ,la questione di fondo resta: era eleggibile o no? Questa è la vera domanda. 

La questione della nazionalità del padre metterebbe una pietra sopra sul dibattito: no, Obama non era eleggibile. Adesso vedremo.

Certo, proprio in concomitanza con questa onda di problemi, si becca proprio il nostro Osama, eh? 
Ah, le coincidenze!

Mossa spettacolare o inizio del ginepraio?
Olavo de Carvalho  in Midia Sem Mascara

Il certificato di nascita di Barack Hussein Obama, finalmente divulgato dalla Casa Bianca, risolve un problema e ne crea un altro. Il fatto che il nostro sia nato alle Hawaii non prova che sia legalmente eleggibile per la presidenza della Repubblica, poiché la definizione di “cittadino nativo” è “nato in territorio americano, da genitori americani”, e suo padre, nato in Kenya, non è americano. Nella migliore delle ipotesi, aveva doppia cittadinanza, cosa che farebbe diventare Obama ugualmente ineleggibile come se fosse nato lui stesso in Kenya.

Si conferma così la tesi del senatore hawaiano Sam Slom – tesi che ho già sostenuto qui prima di lui –, del fatto che ciò che Obama stava cercando di nascondere non era il suo luogo di nascita, ma qualche altro dettaglio legale compromettente.

L’ostentazione di disprezzo olimpico per la gazzarra sul certificato, che sia Obama che la sua Guardia di Ferro stavano esibendo dall’esplosione del dibattito, si rivela adesso essere stata un puro colpo di scena. Se Obama, avendo il suo certificato di nascita, si era rifiutato di esibirlo nel momento in cui il suo avversario John McCain era obbligato a mostrarlo per la pressione unanime del Congresso e dei mass-media (contro McCain non era brutto essere "birther"), diviene chiaro che egli instillò di proposito nel pubblico il dubbio, pianificando in un secondo tempo ben distante una mossa spettacolare che sviasse le attenzioni del problema della nazionalità di suo padre, dettaglio che se fosse venuto alla luce in quella occasione, avrebbe rischiato di far saltare la sua candidatura immediatamente. Non è una coincidenza che il documento così lungamente nascosto sia apparso proprio nel momento in cui la credibilità popolare della versione ufficiale della storia di Obama era caduta al 38 per cento e che le prenotazioni del libro-denucnia di Jerome Corsi, Where is the Birth Certificate? mantenevano questa opera al primo posto dei best-sellers per ben due settimane, perfino prima di essere lanciata.

Dal punto di vista pubblicitario, il colpo non è stato pianificato, ma la sua efficacia giuridica è dubbiosa. Il giorno 2 di maggio, il 9º Circuit Court of Appelas ascolterà, per la prima volta, l’argomento orale dei denuncianti in un processo di ineleggibilità mosso dalla United States Justice Foundation, e certamente il centro della loro argomentazione sarà il problema della nazionalità del padre di Barack Hussein Obama.
Non pare possibile provare che il figlio di uno straniero sia “native-born citizen”, ma bisogna sempre fare i conti con l’inventiva di certe centrali ufficiali di imbrogli.

Durante tutto il tempo dei dibattiti, i birthers gridavano “Ineleggibile! Ineleggibile!”, il campo obamista rispondeva “È nato alle Hawaii, è nato alle Hawaii!” Con l’aiuto di tutti i mass-media insieme, la discussione è stata così spostata sul terreno più propizio ad Obama, in modo che la questione del luogo di nascita oscurasse il problema essenziale della ineleggibilità, che, a rigore, continuerebbe a restare all’ordine del giorno anche se Obama fosse nato sulla punta dell’obelisco di Washington D.C.

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