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Primo di agosto. Immagine degli anni ’70, quasi in Super8: la sveglia prestissimo, le valigie che la sera prima erano ammucchiate nell’ingresso, adesso stanno già nella 128 del babbo. Nel portabagli, certo, ma anche e soprattutto nel portapacchi sul tetto della macchina. Un vero rito: una serie di movimenti precisi e sapienti assicurano, con quelle cinghie elastiche terminanti a uncino, così misteriose e potenti, enormi valigie ripieni di pezzi della nostra quotidianità familiare, necessari al suo trasferimento al mare per un mese.
 
Il mare… Marina di Castagneto – o Marina di Donoratico, non l’ho mai capito esattamente come si dovesse chiamare (o forse era lo stesso, boh). Siccome il babbo aveva esperienza di strada (era stato camionista), la cosa che più aborriva erano le code e gli ingorghi. Per arrivare a destinazione, allora, faceva un percorso tutto suo, che allungava certamente il tragitto, ma che evitava qualsiasi possibilità di restare bloccati in strada nel giorno del Grande Esodo. E il percorso mi è sempre restato nella memoria come qualcosa di straordinario, un po’ come quel sapore di epica che si impara a respirare appena incontri le prime raffigurazioni dei guerrieri omerici (chissà dove è finito quel “Miti e leggende della Antica Grecia” tutto illustrato a dominante giallo-oro… su cui penso di aver passato tra le ore più incantate della mia vita…).

La tappa più temuta era la Volterrana: anche oggi solo prununciare il suo nome mi elettrizza, mi dà un non so che di difficile, di prova decisiva e, perché no, una piccola molestia allo stomaco. Io ho sempre sofferto la macchina e quelle curve erano la prova suprema del viaggio. La mamma si inventava mille giochi pur di tenerci buoni e distratti: contare le macchine rosse, trovare gli animali e le piante che iniziavano con una certa lettera. Ricordo in modo particolare l'invito a guardarci intorno perché "così, quando tornate a scuola e dovete disegnare, avrete delle belle immagini". Un invito a partire dalla realtà che ci circondava!

La tappa più ambita era invece quando, stremati da un viaggio che pareva infinito, appariva all’orizzonte quella striscia azzurra così attesa. Allora, dal sedile posteriore dove stavamo io, mia sorella e la zia, era un solo urlo, che capovolgeva il grido dalla coffa delle vedette nei racconti navali che leggevo nei libri del babbo, ex marinaio: il mare! Il mare!
 
Il babbo in canottiera, mamma con il prendisole, zia che legge Liala sotto l’ombrellone, io e mia sorella che corriamo in spiaggia a vedere come sta il “nostro” mare, a contare i minuti per arrivare alle fatidiche 16 per avere il permesso di fare il bagno, il sapore della schiacciata salata e delle pesche e albicocche come merenda dopo il bagno, la fila serale ai telefoni pubblici con il sacchetto dei gettoni per chiamare i parenti… com’è che tutte queste immagini vengono fuori così nette oggi? Forse soltanto per il sottile richiamo di una data?
 
O forse sono state anche le letture di questi giorni (sto preparando le mie lezioni qui in Brasile)?
Può essere un effetto del vecchio Platone, nelle Leggi, che all’obiezione di star forse disprezzando gli uomini fa rispondere all’Ateniese: “Non ti meravigliare, Megillo, e scusami piuttosto. Ho gli occhi fissi su Dio. È l’emozione che provo a farmi parlare così” (Leggi, 804a-b). Un Platone, cioè, che non ha più illusioni sull’uomo e che si riempie la vista interiore con la contemplazione di altro…
 Oppure l’effetto del testo di una lettera di Aristotele, (fr. 668 Rose), contemporaneo al suo Testamento; “Quando più mi chiudo in me stesso e mi faccio solitario tanto più mi lascio vincere dall’amore del mito”… 
 
Sostituisco al mito il ricordo.
E capisco.
È la sottile nostalgia che mi prende sul finire del giorno (qui ancora più struggente a causa della latitudine), che mi ricorda come la giornata che si chiude di qua, si aprirà dall’altra parte.

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