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La disinformazione della disinformazione

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio
, 12 de julho de 2011
(originale portoghese)

 

Quando il senso delle parole si degrada, la realtà alla quale esse indicavano diventa invisibile e al suo posto entra un qualche stereotipo sprovvisto di sostanza, pura moneta di scambio nel quotidiano commercio di sciocchezze, irrilevanze e frasi fatte.

La parola “disinformazione”, coniata dallo Stato Maggiore tedesco nella I Guerra Mondiale, sorse come un termine tecnico, che designava le complesse operazioni − quasi una scienza esatta − con le quali un servizio segreto cercava di orientare e determinare a distanza, le decisioni strategiche e tattiche di un governo avversario, portandolo così a lavorare per la sua stessa distruzione.

Successivamente passò a indicare semplicemente campagne di propaganda destinate a illudere, non i centri decisionali, ma il povero elettorato, l’inerme popolino, consumatore di flatulenze dispendiose e non raramente letali.
Oggigiorno serve per etichettare qualsiasi affermazione che si desideri svalutare come inesatta o bugiarda. Da strumento di descrizione scientifica, il termine si è ribassato alla categoria di volgare insulto.

Contemporaneamente, le autentiche operazioni di disinformazione, che negli anni 50-60 arrivarono ad essere ben conosciute e discusse nei mass-media popolari, sono sparite dall’orizzonte della coscienza del cittadino medio, e qualsiasi riferimento ad esse è oggi istantaneamente ribattuta con un’altra frase fatta cretina: “teoria del complotto”.

Ovviamente, lo svuotamento semantico di un termine scientifico importante ha contribuito ad aumentare in modo considerevole l’efficacia e il potere dell’autentica disinformazione, trasformando l’opinione pubblica in un blocco massiccio di resistenza alla verità e facilitando il montaggio di operazioni di ludibrio generale che quattro o cinque decenni fa non avrebbero ingannato nessuno.

Se l’adagio esoterico che recita che il segreto si protegge da solo non sempre è affidabile, di fatto oggi tutta l’operazione di disinformazione è ben protetta sotto strati e strati di “disinformazione” nel senso popolare del termine.

Sommato al fenomeno parallelo della concentrazione dei mezzi di comunicazione nelle mani di un ridotto numero di mega-imprese, cosa che fa diventare il giornalismo mondiale un opera prima di uniformità servile, la scomparsa della nozione scientifica di disinformazione mostra che non è mai stato così facile mantenere intere popolazioni nella più completa ignoranza dei fatti essenziali, se non per sempre, almeno per il tempo necessario perché i piani criminali più mirabolanti e inverosimili si realizzino senza dover affrontare grandi ostacoli. La facilità con la quale un banditino da quattro soldi è arrivato alla Presidenza degli Stati Uniti, con documenti falsi, scommettendo sull’ostinato rifiuto popolare di investigare la sua vita, è solo un indizio, dei più patetici, di quanto la specie umana, negli ultimi decenni, sia diventata vulnerabile alla menzogna e all’inganno.

Curiosamente, ma non per coincidenza, il fenomeno dell’indebolimento semantico al quale mi riferisco è sorto, esso stesso, da un’operazione di disinformazione creata da un servizio segreto per ingannare, non un governo avversario, bensì il proprio.

Quando negli anni ’80 il disertore del KGB, Anatolyi Golytsin, rivel ao ò al governo USA il mega progetto strategico con il quale il KGB progettava di consolidare il proprio potere e ampliare il suo raggio di azione su scala mondilae per mezzo di un imbroglio chiamato “perestroika”, le implicazioni di questa informazione erano ovvie e scandalose: essa provava che i servizi segreti dell’Occidente si sbagliavano praticamente su tutto e che, muovendosi al buio come capre cieche, stavano essendo usati come strumenti incoscienti per la realizzazione del più ambizioso piano strategico comunista di tutti i tempi.

I fatti finirono per dimostrare che Golytsin aveva ragione praticamente su tutto (la CIA stessa riconosce che il 96 per cento delle sue previsioni si sono realizzate), ma, all’epoca, solo alcuni pochi cervelli privilegiati, e tra di essi quello del geniale James Jesus Angleton, furono lucidi il sufficiente per capire l’importanza salvatrice del messaggio. La maggioranza reagì sulla base dell’orgoglio ferito, uccidendo il postino. Angleton finì per essere licenziato, con vari pretesti. J. Edgar Hoover, l’onnipotente direttore della FBI, chiamò Golytsin di imbroglione e semplicemente ruppe le comunicazioni tra il suo dipartimento e la CIA, introducendo un disastroso blocco di informazioni nel cuore stesso del sistema di sicurezza americano.

Il partito dei risentiti, vittorioso nella guerra contro Golytsin, agì esattamente come la volpe della favola dell’uva. Per nascondere la brutta figura sofferta nella competizione con il KGB ed esorcizzare la paura di un taglio generale di teste e finanziamenti, passò a svalutare l’importanza delle operazioni di disinformazione, etichettandole come “mera propaganda”. Come parte della stessa reazione, entrò a esaltare trionfalmente l’invulnerabilità e la onnisapienza dello spionaggio per satellite, come se i satelliti potessero leggere le intenzioni politiche nelle teste dei dirigenti del KGB.

Questa serie di episodi deprimenti è narrate con dettagli nel libro di Edward J. Epstein, Deception: The Invisible War between the KGB and the CIA (New York, Simon & Schuster, 1989). Lo scopo del libro fu quello di rispondere alla domanda: gli USA sono vulnerabili a una macro-operazione montata dal KGB? La risposta di Epstein – ventidue anni fa! – fu: sì.

Oggi  il KGB ha più potere che mai, non solo in Russia, ma nel mondo intero, attraverso una rete di imprese-fantoccio e bande mafiose controllate direttamente dal Cremlino, che attuano in Occidente e dappertutto sotto una varietà incontrollabile di denominazioni e false indentità, mentre la posizione internazionale e capacità difensiva degli USA si debilitano a vista d’occhio. Proprio come Golytsin aveva previsto, la “perestroika” non ha cambiato la struttura di potere in Russia, ma l’ha salvata e rafforzata, usando tra l’altro, come uno dei propri strumenti, gli stessi servizi di intelligence della nazione avversaria.

Ogni giornalista, ogni professore, ogni preteso “specialista in politica internazionale” che continui ad usare il termine “disinformazione” nel suo senso volgarizzato e che copre sotto l’etichetta di “teoria del complotto” le operazioni reali di disinformazione, è soltanto, sapendolo o no, un agente al servizio della imbecillizzazione universale, conditio sine qua non del successo dei cattivi nel mondo.
 

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