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La tradizione rivoluzionaria – 1
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio,
 14 de julho de 2011

(originale portoghese)
 

 
Il dato più importante della storia mondiale da più di due secoli è anche, per forza della sua stessa onnipresenza, il più frequentemente negligenziato − quando non totalmente ignorato − dai consueti commentari politici.

Questo dato è il seguente: il movimento rivoluzionario è l’unica tradizione di pensiero politico-strategico che ha un’esistenza continua e un senso di unità organica almeno dal XVIII secolo. Tutte le correnti avversarie sono effusioni parziali, locali, temporanee e sconnesse.

La marcia trionfante del pensiero rivoluzionario è come una inondazione che viene fronteggiata soltanto con vecchi pezzi di muro eretti a caso, uno qui, uno lì lungo tutta l’estensione di una pianura aperta.

L’unità della tradizione rivoluzionaria non consiste, è chiaro, in una coerenza in blocco, in un accordo universale in torno a principi espliciti, così come si tentò di creare nella URSS sotto il nome di “marxismo-leninismo”. Al contrario, esistono al suo interno degli antagonismi profondi, forse insanabili, che con frequenza si esteriorizzano in lotte sanguinose. Ciò che caratterizza la sua unità è che tutta la moltitudine delle sue correnti e fazioni compone un patrimonio comune del quale gli intellettuali rivoluzionari sono coscienti e che alimenta, di generazione in generazione, i dibattiti dei partiti e organizzazioni rivoluzionarie.

Nessun intellettuale rivoluzionario che si rispetti può concedersi il lusso di ignorare le varietà interne del movimento, nemmeno le più remote e insignificanti, nemmeno quelle che gli possano apparire stravaganti, sterili, disprezzabili o abominevoli. Perfino tra le fazioni più ostili del movimento rivoluzionario, come il fascismo e il comunismo, il dialogo fu intenso, non solo nel campo delle idee, ma anche in quello della strategia e della tattica.

Josef Stalin vedeva l’intero corpo del nazifascismo come un pezzo ben integrato dei suoi piani di dominazione mondiale, manovrandolo per i propri fini mediante l’alternanza machiavellica di appoggio strategico e combattimento mortale (cfr. Viktor Suvorov, Iceberg. Who Started the Second World War?, Bristol, UK, Pluk Publishing, 2009).

Niente di simile si è mai osservato nella « destra ». Tra le sue fazioni e divisioni regna la più netta ostilità, quando non quel disprezzo olimpico che fa diventare l’ignoranza mutua una specie di dovere. Solo per dare un esempio dei più flagranti, fino a oggi non è stato possibile alcun dialogo tra la destra americana e quella europea, che si muovono in sfere epistemologiche e semantiche incomunicabili. Un fattore di complicazione è aggiunto dal fatto che molti movimenti soi disant reazionari o conservatori lo erano soltanto nel loro discorso di auto giustificazione ideologica: nella pratica, erigendo utopia contro utopia, finivano per integrarsi nel movimento rivoluzionario stesso, che dichiaravano di combattere.

A nulla servì l’avvertimento anticipato di Joseph de Maistre: “Non abbiamo bisogno di una contro-rivoluzione, ma del contrario di una rivoluzione”. I movimenti contro-rivoluzionari nei quali tanti reazionari e conservatori posero le loro belle speranze, non sono mai stati qualcosa di più che l’ala destra del processo rivoluzionario, fortificandolo nella stessa misura in cui immaginavano di indebolirlo.

Fino ad oggi, tutte le reazioni che si sono offerte al movimento rivoluzionario sono state solo puntuali, che reagivano a sue manifestazioni particolari e esaurendosi in combattimenti periferici che lasciano incolume il cuore del mostro. È come se ciascun conservatore, reazionario, liberale, cristiano  tradizionalista o giudeo ortodosso si rendesse conto della malignità del processo rivoluzionario soltanto quando questo arriva a ferire i valori che sono cari alla sua propria persona o comunità, senza fare caso alla infinità di altri punti di attacco intorno a sacche di resistenza diverse, dove pochi franchi tiratori offrono una ostinata e vana resistenza parziale a un assedio generale e multilaterale.

Per complicare ancora un poco di più le cose, il movimento rivoluzionario è una entità proteica, infinitamente adattabile alle più svariate circostanze, in modo tale che gli è sempre possibile assorbirle a proprio vantaggio, reinserendo dialetticamente nella sua strategia generale, tutte le bandiere di lotta parziali e isolate, alzate qui o lì da avversari che vedono soltanto per parti e frammenti. Ciò fa dei governi rivoluzionari i dominatori assoluti della “disinformazione strategica”, dove da almeno da un secolo sta realizzando le più spettacolari prodezze, riducendo i suoi avversari alla condizione di “utili idioti” a servizio di piani che trascendono infinitamente i loro orizzonti di coscienza. Nella misura in cui queste sconfitte e umiliazioni del campo reazionario avvengono e si accumulano, formando un patrimonio negativo considerevole, più forte è la tendenza a negare i fatti deprimenti mediante un discorso di auto elogio trionfale perfettamente illusorio, ricoprendo l’azione rivoluzionaria con nuovi e nuovi strati di invisibilità protettrice.

I politici e i servizi di intelligence degli USA continuano a vantarsi di aver “vinto la Guerra Fredda”, quando tutto quello che hanno ottenuto è stato l’aumentare considerevolmente il potere mondiale del KGB – tra l’altro perfino all’interno del territorio americano –, servendo come strumenti per la realizzazione di piani tracciati già negli anni ’40 da Lavrenti Beria per ampliare il raggio di azione del movimento rivoluzionario per mezzo di un simulacro di auto-smantellamento dello Stato comunista.

Si noti che Beria non fu neppure il pioniere dell’uso di questo artificio. Nel 1921 Lenin era riuscito a convincere i governi, i servizi segreti e gli investitori occidentali che il comunismo impiantato di recente in Russia stava per estinguersi e in breve sarebbe stato sostituito da un sistema capitalista democratico. Così non solo ottenne i capitali di cui necessitava per consolidare il regime comunista, ma si liberò anche di migliaia di oppositori esiliati, che, convinti a tornare in Russia per lottare contro il regime che doveva essere  moribondo, furono imprigionati e assassinati non appena misero piede in territorio russo. (cfr. Edward Jay Epstein,Deception. The Invisible War between the KGB and the CIA, New York, Simon & Schuster, 1989, pp. 22-30).

Questa figuraccia colossale sembra che non abbia insegnato nulla ai servizi di “intelligence” occidentali, che stanno cadendo in continuazione nell’imbroglio, con la sollecitudine meccanica dei cani di Pavlov, senza mai ammettere di essere stati ingannati.

Nella II Guerra mondiale, di nuovo fecero la figura degli scemi, spargendo aiuti miliardari nelle casse di Stalin perché credevano che l’URSS fosse vittima impreparata di un attacco tedesco, quando il fatto era che il governo sovietico, oltre a istigare e ad appoggiare in segreto i nazisti perché scatenassero una guerra mondiale, avevano loro stessi già iniziato la guerra prima di Hitler, attaccando i paesi neutrali che separavano l’URSS dalla Germania, preparando così l’invasione dell’Europa, che sarebbe dovuta seguire dopo i primi e apparenti successi dell’Esercito tedesco in Occidente. I soldi americani praticamente crearono il parco industriale sovietico, che fino ad oggi viene lodato in Russia come una realizzazione personale di Stalin.

La cosa più meravigliosa in tutto questo è che il piano concepito da Stalin pre usare i tedeschi come “rompighiaccio della rivoluzione” non erano neppure segreti. Furono dichiarati mille volte in documenti ufficiali e nella Pravda, senza che i leaders e i servizi di intelligence delle democrazie occidentali riuscissero a vedere in essi nulla più che effusioni verbali di innocuo patriottismo. Quando finì la guerra l’URSS era uscita definitivamente dal suo isolamento ed era diventata la potenza mondiale che dominava, con la forza dei suoi eserciti di occupazione e governi locali fantoccio, metà dell’Europa, precisamente come Stalin veniva annunciando dagli anni ’30.
(continua)

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