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La tradizione rivoluzionaria – 2
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio,
 15 de julho de 2011

(originale)

 
Gli effetti dell’egemonia rivoluzionaria sono visibili dappertutto. Non mancano esempi più vicini a noi. Il “Piano Colombia”, di Bill Clinton, che fornì aiuti al governo colombiano per il combattimento al narcotraffico sotto la condizione che “non toccasse le organizzazioni politiche”, servì soltanto, smantellando gli antichi cartelli, a dare il monopolio della droga in America Latina alle FARC, facendo di quella incipiente organizzazione guerrigliera una potenza di dimensioni continentali e il sostegno finanziario del Foro di São Paulo che oggi domina dodici paesi latino-americani e sta estendendo i suoi tentacoli verso tutti gli altri. Al contempo, il piano servì come pretesto perché le stesse FARC scatenassero una violenta campagna pubblicitaria contro la “aggressione americana”, personificata nello stesso piano.

Dialetticamente non c’è alcuna contraddizione nel beneficiarsi di un aiuto ricevuto e usarlo allo stesso tempo come strumento di propaganda contro il disorientato benefattore. Molti critici del movimento rivoluzionario dicono cose terribili contro il “pensiero doppio” che ispira tale comportamento, ma raramente comprendono che dietro un’apparente contraddizione logica si nasconde una azione a doppio senso di percorrenza totalmente razionale dal punto di vista pratico.

Per quanto scioccante possa sembrare, questo esempio è rigorosamente nulla paragonato con le grandi operazioni di disinformazione strategica con le quali il vecchio governo sovietico riusciva − e l’attuale governo russo ancora riesce − far lavorare i propri avversari in suo favore, realizzando integralmente l’ideale di Sun-tzu, secondo il quale la vittoria più brillante è quella ottenuta senza combattere, modellando a distanza le decisioni del governo nemico per mezzo di un ben calcolato flusso di informazioni sia vere che false.

Un altro caso notevole fu la facilità con la quale la disinformazione sovietica, basandosi sulla fiducia degli americani nell’invulnerabilità delle proprie istituzioni democratiche e agitando loro davanti il fantasma della “persecuzione maccartista” (nella cui realtà i mass media e l’ establishment continuano a credere fino a oggi), riuscì a bloccare investigazioni decisive sulla penetrazione comunista nelle alte sfere del governo di Washington, solo per scoprire, quaranta anni dopo, che l’apertura degli archivi di Mosca confermavano, ormai troppo tardi, i peggiori sospetti del senatore Joe McCarthy, con l’unica differenza che gli infiltrati non erano decine, come lui supponeva, ma migliaia.

Due decenni fa, la diplomazia cinese, ripetendo il trucco applicato da Lenin con gli investitori europei nel 1921, riuscì a convincere politici e imprenditori americani che l’apertura all’economia di mercato avrebbe portato automaticamente la liberalizzazione del regime. Perfino anche dopo il massacro della Piazza della Pace Celeste [Tienamen] i saggi di Washington continuarono ad affermare anesteticamente che “la Cina stava sul giusto cammino”. Evidentemente, lo strumento di disinformazione utilizzato in questo caso era una delle credenze più amate da liberali e conservatori: il nesso di implicazione reciproca tra libertà economica e libertà politica.

Il successo delle più spettacolari trame di disinformazione strategica poste in pratica dai governi rivoluzionari sarebbe, però, impossibile senza l’egemonia culturale e psicologica che il movimento rivoluzionario sfrutta su scala mondiale. Egemonia culturale significa essere il controllore dei presupposti infilati nel pensiero dell’avversario, in modo che il lavoro degli agenti coinvolti in una operazione concreta di disinformazione strategica si riduce al minimo. Quando l’agente di disinformazione lavora in un ambiente già preparato in precedenza dalla egemonia culturale, egli può facilmente controllare le reazioni dell’avversario senza aver bisogno di abusare dei consueti espedienti dello spionaggio che farebbero diventare la sua azione più visibile, più materiale. Per questo il vecchio Willi Münzenberg chiamava queste operazioni “allevamento di conigli”: basta mettere insieme una coppia discreta di questi animaletti e confidare nella propagazione automatica degli effetti attesi. Una azione classica del tipo “misure attive” può essere investigata e denunciata dai consueti servizi di intelligence, ma una operazione fondata su una previa egemonia culturale può diventare così evanescente che ogni tentativo di denunciarla finisce per assumere le sembianze della più folle “teoria del complotto”. È per questo che Antonio Gramsci qualificava l’influenza del partito rivoluzionario, quando protetta dall’egemonia culturale, un “potere onnipresente e invisibile”. Tanto più invisibile quanto più onnipresente.

Mentre il movimento rivoluzionario si muove con la destrezza allucinante di una dialettica capace di assorbire e approfittare di tutte le contraddizioni, le elites occidentali, nominalmente liberali o conservatrici, si attaccano a una logica lineare di tipo positivista che, quando non incontra un collegamento materiale di causa ed effetto platealmente visibile, crede che non stia accadendo nulla.

I filosofi scolastici insegnavano che, per agire, bisogna prima esistere. L’esistenza, a sua volta, presuppone unità e continuità. Un essere diviso in pezzi, sprovvisto di vita unitaria, non è in nessun modo un essere: è una illusione fantasmatica che si agita per aria per qualche istante, lasciando libero lo spazio storico per l’azione dell’essere genuino.

Non c’è nessuna esagerazione nel dire che il movimento rivoluzionario mondiale è l’unica forza politica che conta qualcosa nella storia del mondo. Fintanto che i suoi avversari non l sempre. In fin dei conti, tutta la politica mondiale corre il rischio di finire per ridursi a un ventaglio di conflitti interni al movimento rivoluzionario. Se e quando questo accadesse, non sarà eccesso di pessimismo annunciare l’inizio di mille anni di tenebre.
  (continua)

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