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La tradizione rivoluzionaria – 4 (fine)
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 25 de julho de 2011

(originale)

Per chiudere queste brevi spiegazioni, mancano soltanto due cose: un esempio concreto, tra le migliaia di altri possibili, della continuità storica dell’azione rivoluzionaria, e chiarire − come alcuni lettori mi hanno chiesto − il concetto di “movimento rivoluzionario mondiale”.
Già di per sé l’esempio porterà un inizio di chiarimento.

Scrivendo in data 12 giugno del 1883 a Eduard Bernstein, Friedrich Engels diceva che era necessario indurre i nemici della rivoluzione a “farsi a pezzi gli uni con gli altri, triturarsi gli con gli altri fino a diventare polvere, pavimentando così il cammino per noi”.

Passati quaranta e tanti anni, la proposta risorge sulla bocca di Lenin, ma adesso non solo come mera idea, bensì come strategia pronta per una immediata applicazione. Avendo l’esperienza della guerra imperialista tra le potenze europee come condizione preparatoria della levata rivoluzionaria, ma vedendo che i risultati ottenuti erano stati soltanto parziali, con la instaurazione del socialismo in un solo paese, egli si domanda nel 1916 cosa sia necessario fare perché la rivoluzione torni a esplodere, ma stavolta su scala mondiale. E la risposta che egli dà è inequivocabile: abbiamo bisogno di “una seconda guerra imperialista”.

Oggi sappiamo, con sufficiente certezza storica, che il suggerimento non cadde nel vuoto, ma fu messo in pratica, con una abilità quasi magica, dalla politica estera di Stalin. Stimolando in segreto le ambizioni imperialiste di Hitler mentre al medesimo tempo promuoveva nelle democrazie occidentali una violenta campagna antinazista, Stalin riuscì a indurre le grandi potenze a “farsi a pezzi le une con le altre”, pavimentando il cammino per l’occupazione di mezza Europa da parte delle truppe sovietiche, cosa che era il suo piano fin dall’inizio.

Tra la lettera di Engels alla esplosione della II Guerra Mondiale passarono sei decenni. In questo intervallo, ciò che era soltanto una possibilità teorica diventò un piano di azione e in una strategia con effetti dirompenti. Tale trasformazione fu possibile soltanto perché, per quattro generazioni, i rivoluzionari comunisti non cessarono di meditare e rimeditare gli stessi testi, sempre il proposito di trasmutare la teoria in pratica e di arricchire la teoria con i risultati della pratica.

Questa continuità, però, va molto al di là della evoluzione interna del movimento comunista stricto sensu. Thomas Münzer, Machiavelli o il Marchese de Sade non sono mai stati comunisti né membri di un partito che non esisteva ai loro tempi. Erano rivoluzionari nel senso più generico del termine. Ma chi può negare la forza che il movimento comunista acquisì con l’assorbire le loro dottrine, trasformandole in strumenti tattico-strategici con il buon uso dei vari Ernst Bloch, Antonio Gramsci e Jean-Paul Sartre?

Non sempre il materiale assorbito viene dalla stessa fazione rivoluzionaria. La linea nazionalista-romantica dell’inizio del XIX secolo, che originò il fascismo e che molti rivoluzionari internazionalisti e materialisti arrivarono a condannare come reazionaria, finì per integrarsi molto bene nella cultura comunista attraverso l’interpretazione che di essa diede il filososo marxista ungherese Georg Lukacs. Senza di ciò, fioriture posteriori come la “teologia della liberazione” non sarebbero state possibili.
Allo stesso modo, le lezioni di Lenin si trasformarono in un modello per la creazione del movimento fascista italiano.

A volte la sostanza che deve essere trasmutata viene da una fonte strana. Il Dr. Freud, un conservatore che disprezzava il socialismo, era ben cosciente del potenziale esplosivo delle sue teorie, ma non poteva immaginare la facilità con la quale, attraverso Wilhelm Reich, questa forza anarchica sarebbe stata integrata e inquadrata nell’arsenale del movimento comunista.
L’unità storica della rivoluzione non è l’unità formale e burocratica di una “organizzazione”, di un “partito”, ma l’unità viva e mobile di una “tradizione” che, lungo il tempo, assorbe tutto e tutto trasmuta in strumento di potere, aumentando incessantemente la forza di giro di un “movimento” che, non potendo andare da nessuna parte, ha il suo proprio incremento illimitato come unica finalità e giustificazione della vita umana.

Ovunque si veda una idea, una dottrina, un simbolo venire trasfigurato in mezzo di azione politica con l’obiettivo di una concentrazione di potere per la “trasformazione del mondo”, lì è presente l’unità del movimento rivoluzionario mondiale, al di là di ogni divergenza ideologiche e di partito.

Col passar del tempo, questa unità, all’inizio nebulosa e meramente potenziale, sta diventando più chiara ai propri rivoluzionari. La con fraternizzazione di gayzisti, femministe, comunisti, radicali islamici, neonazisti, socialdemocratici e tutti quanti [in italiano nel testo, NdT] che oggi riunisce fazioni una volta ostili tra di loro in un front mondiale contro le democrazie occidentali e il cristianesimo, è il risultato id un lungo processo di incorporazione nel quale il movimento rivoluzionario realizza la sua unità nella misura che la percepisce, e la percepisce nella misura in cui la realizza.

P. S. – Se si vogliono ancora esempi della egemonia rivoluzionaria mondiale, si legga la notizia pubblicata qui. Parla di un film del cineasta tedesco Alexander Kluge, della durata di nove ore, ispirato nel Das Kapital di Karl Marx – una idea di Sergej Eisenstein, cineasta ufficiale di Stalin, che nel 1929 i produttori trovarono troppo dispendioso e irrealizzabile. Qualche lettore è capace di immaginare una palla di nove ore di durata, però anticomunista, che venga finanziata con cifre miliardarie e lanciata, con grande clamore, in tutto il mondo? L’intera industria dello show business, come la quasi totalità della industria culturale, è pura macchina di propaganda rivoluzionaria − dominata da gente che ancora ha il cinismo di fingersi marginale e discriminata dai “padroni del capitale”.
 

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