Tag

museo etrusco di Tarquinia

Ieri ho visitato la Necropoli e il Museo etrusco di Tarquinia.

Mi è tornato alla mente un ragazzino di dieci-dodici anni appassionato degli Etruschi. I suoi  compagni parlavano di calcio, di automobili: lui leggeva libri sugli Etruschi. Andava in vacanza con i genitori sul litorale tirrenico: e “obbligava” i suoi genitori a portarlo a Populonia o a Vetulonia. E poi al museo Guarnacci di Volterra, con l’Ombra della sera di cui si era fatto regalare una piccola riproduzione, oppure a vedere le tombe sparse qua e là per la campagna toscana. Non si perdeva un museo, a quell’epoca non certo invasi dalle orde di turisti inevitabili che oggi flagellano ogni angolo del nostro paese. Nel silenzio delle sale, con i suoi genitori che lo accompagnavano solo per amore e con la curiosità per quel figlio un po’ strano, girava per le vetrine. Sapeva come erano belli e misteriosi i buccheri, riconosceva le urne villanoviane, sapeva la differenza tra le zone dell’Etruria dove si praticava l’inumazione e dove invece prevalevano le urne cinerarie.

Ma l’ho rivisto soprattutto, quasi ogni pomeriggio per mesi, al Museo Archeologico di Firenze, quando lo scoprì e scoprì come era facile avere a propria disposizione un intero Museo a due passi da casa per qualcosa come 150 lire di biglietto. Era diventata la sua seconda casa. Lo so, i compagni andavano in centro al pomeriggio a fare gli scemi o a fare una partita a pallone in piazza. Ma lui usciva di scuola, mangiava un boccone e si precipitava in via della Colonna. Prima di tutto andava a vedere il Vaso François. Conosceva a memoria la storia, il pazzoide che lo aveva sfasciato con uno sgabello, il restauro che aveva fatto a meno di un pezzo rubato da qualcuno nella confusione seguita allo sfasciamento, il pentimento del ladro che lo rimandò indietro, il nuovo restauro, l’alluvione etc… Poi saliva le scale, dove sapeva che aveva là un sacco di amici: Aule Meteli, l’Arringatore; la Minerva, la Chimera d’Arezzo, ormai per lui una specie di gattone da salutare ogni volta; e i pancioni sdraiati sui coperchi dei sarcofaghi. Quante volte aveva convinto amici e parenti a seguirlo dentro le sale di quel tesoro: e ogni volta si ripeteva lo spettacolo di un gruppo di persone, anche adulte, guidate da un ragazzino che spiegava il periodo orientalizzante, le tesi di Dionigi di Alicarnasso sulle origine autoctone degli Etruschi…

Tutte queste immagini mi si sono improvvisamente presentate alla memoria ieri, davanti ai sarcofaghi della foto, che mi parevano sdraiati al sole di un sabato di fine ottobre come per respirare ancora un poco del calore della vita, della pienezza dell’essere. Sarà stato il silenzio del Museo in quel momento, dopo che un gruppo di giovani americani se ne era sciamato via, a riportarmi alla mente tutto questo?
O forse, più semplicemente, l’avere visto di nuovo per un momento la fisionomia di quel ragazzino tra quei sarcofaghi, quando sono passato davanti a una porta di vetro che mi faceva da specchio?

Annunci