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Martedì scorso mi sono preso di reazionario.

Beh, non è una novità. In passato ho preso anche di peggio, essendo un “cattolico militante” toscano e avendo vissuto un certo impegno politico nei periodi “caldi” dei primi anni ’80.

Forse mi ha colpito in modo particolare perché l’ho sentito “a freddo”, come quando da ragazzi ci arrivava quel colpo che chiamavamo “biscottino” (il medio che si carica sul pollice e “scalcia” in avanti) sui lobi delle orecchie, nelle mattine di inverno (scherzo scemo! come bruciavano!) andando a scuola. Forse perché è venuto da dove non me lo aspettavo, quindi la guardia era abbassata. Non lo so. So che mi ha fatto più male di quanto pensassi sul momento.

Tralascio la questione di ciò che lo ha provocato. Ho come l’impressione di non aver ben capito la motivazione e forse anche se era appropriato quel termine a ciò che quella persona voleva dire.

Ma fatto sta che mi ha provocato una riflessione profonda e di questo devo solo ringraziare. Non sul mio pentirmi di essere “reazionario” (lo sono come lo devono essere tutte le persone sane davanti ai deliri rivoluzionari), quanto sui contesti successivi che tale episodio ha provocato.

In questi giorni c’è in giro il personaggio Renzi. Il polverone provocato dal suo BigBang, soprattutto a sinistra, non è altro che un esempio della dialettica tipica di quella gente. L’unica destra che tollerano è la parte sinistra meno radicale, ma sempre al loro interno. Renzi è un prodotto della sinistra. I suoi cento punti, letti beni, mettono paura come quelli di Vendola: mettono paura a chi ha una certa di idea di antropologia, di società e di valori. Il fatto che i sinistri più radicali lo bollino come “leader per il centro destra”, “conservatore” e via discorrendo, può ingannare solo gli ingenui. E’ la dialettica rivoluzionaria dai tempi di Lenin. La destra vera sono fascisti schifosi; la si marginalizza culturalmente fino a renderla moralmente inaccettabile. Poi, poiché serve una parvenza di democrazia, si crea “la destra” che serve, etichettando in quel modo le parti meno “radicali” della famiglia rivoluzionaria.

E’ tutto questo che mi ha fatto rileggere un articolo di Olavo su alcune riflessioni sul conservatorismo. Mi aiutano. In particolare i famosi “Dieci principi conservatori” di Russell Kirk. Quando qualcuno si candida ad essere conservatore, io verifico sempre con questi principi. E scuoto quasi sempre la testa.

Principi per una politica conservatrice

Olavo de Carvalho

Diário do Comércio, 27 de junho de 2011

Questi principi non sono regole per essere seguite nella politica pratica. Sono un insieme di criteri di riconoscimento per aiutare a distinguere, quando si ascolta un politico, se siamo davanti a un conservatore, un rivoluzionario o di un liberal nel senso che oggigiorno ha in Brasile (una indecisa mistura dei due precedenti).

1. Nessuno è padrone del futuro. “Il futuro ci appartiene” è un verso dell’inno della Gioventù Hitleriana . È l’essenza della mentalità rivoluzionaria. Un conservatore parla in nome dell’esperienza passata accumulata nel presente. Il rivoluzionario parla in nome di un futuro ipotetico la cui autorità di tribunale di ultima istanza egli crede di rappresentare nel presente, anche quando non si nulla di questo futuro e non riesce a descriverlo se non per mezzo di lodi generiche a qualcosa di cui egli stesso non ha la minima idea di cosa sia. Quando l’ex-presidente Lula diceva: “Non sappiamo quale tipo di socialismo vogliamo”, egli presumeva di sapere (1) che il socialismo è il futuro brillante e inevitabile della Storia, quando l’esperienza mostra che esso è in verità un passato sanguinoso con un lascito di più di cento milioni di morti; (2) che egli e i suoi complici hanno il diritto di condurci verso una ripetizione di questa esperienza, senza altra garanzia che sarà meno mortifera della precedente, eccetto la promessa verbale uscita dalla bocca di uno che, al contempo, confessa di non sapere verso dove ci porta. La mentalità rivoluzionaria è una mistura di presunzione psicotica e irresponsabilità criminale.

2. Ogni generazione ha il diritto di scegliere quello che le conviene. Ciò implica che nessuna generazione ha il diritto di impegnare le successive in scelte drastiche i cui effetti quasi certamente malefici non potranno essere invertiti mai oppure a costo del sacrificio di molte generazioni. Il popola ha, per definizione, il diritto di sperimentare e di apprendere con l’esperienza, ma, proprio per questo, non ha il diritto di usare i suoi figli e nipoti come cavie di esperienze temerarie.

3. Nessun governo ha il diritto di fare qualcosa che il governo seguente non possa disfare. È un corollario inevitabile del principio precedente. Le elezioni periodiche non avrebbero alcun senso se ogni governo eletto non avesse il diritto e la possibilità di correggere gli errori dei governi anteriori. La democrazia è, pertanto, essenzialmente ostile a qualsiasi progetto di cambiamento profondo e irreversibile dell’ordine sociale, per quanto peggiore che questo possa essere in un determinato momento. Nessun ordine sociale generato dal corso dei secoli è così cattivo quanto un nuovo ordine imposto da una elite illuminata che si crede, senza ragione, detentrice dell’unico futuro desiderabile. Nel corso degli ultimi tre secoli non c’è stato un solo esperimento rivoluzionario che non abbia portato come risultato distruzione, stragi, guerre e miseria generalizzata. Non si vede come esperimenti futuri possano essere differenti.

4. Nessuna proposta rivoluzionaria è degna di essere dibattuta come alternativa rispettabile in un quadro politico democratico. La revocabilità delle misure di governo è un principio inevitabile della democrazia, e ogni proposta rivoluzionaria, per definizione, nega questo principio alla base. È impossibile mettere in pratica una qualsiasi proposta rivoluzionaria senza la concentrazione del potere e senza l’esclusione, ostensiva o camuffata, di qualsiasi proposta alternativa. Non si può discutere alternative sulla base della proibizione di alternative.

5. La democrazia è l’opposto della politica rivoluzionaria. La democrazia è il governo dei tentativi sperimentali, sempre revocabili e a breve scadenza. La proposta rivoluzionaria è necessariamente irreversibile e a lunga scadenza. A rigore, qualsiasi proposta rivoluzionaria ha come obiettivo trasformare, non soltanto una società in particolare, ma la Terra intera e la stessa natura umana. È impossibile discutere democraticamente con qualcuno che non rispetta nemmeno la natura dell’interlocutore, vedendo in essa soltanto la materia provvisoria dell’umanità futura. È stupido credere che comunisti, socialisti, fascisti, eurasiani e tutti quanti [in italiano nel testo, NdT] possano integrarsi pacificamente nella convivenza democratica con fazioni politiche infinitamente meno ambiziose. Sarà sempre la convivenza democratica del lupo con l’agnello.

6. Il totale sradicamento della mentalità rivoluzionaria è la condizione essenziale per la sopravvivenza della libertà nel mondo. La mentalità rivoluzionaria non è un tratto permanente della natura umana. Ha una origine storica – intorno al XVIII secolo – e quasi certamente finirà. Il periodo del suo apogeo, il secolo XX, è stato il più violento, il più omicida di tutta la Storia umana, superando, in numero di vittime innocenti, tutte le guerre, epidemie, terremoti e catastrofi naturali di ogni tipo osservate dall’inizio dei tempi. Non c’è nessuna esagerazione nel dire che la mentalità rivoluzionaria è il maggior flagello che mai si sia abbattuto sull’umanità. È una questione di numeri e non di opinione. Rifiutarsi di vederlo è essere un mostro di insensibilità. Qualsiasi politica che non si diriga al completo sradicamento della mentalità rivoluzionaria, nel modo più chiaro e esplicito possibile, è un criminale e inaccettabile sviare il discorso, per quanto adorni la sua omissione con bei pretesti democratici, libertari, religiosi, moralistici, ugualitari, etc.

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