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Da vari giorni cerco disperatamente di trasformare le note usate lo scorso anno per una conferenza in un testo scritto, che dovrà essere pubblicato nel volume che raccoglierà tutti gli interventi fatti all’interno del ciclo di conferenze organizzate da una Facoltà di Filosofia. Arrivato a scrivere una nota al mio testo, mi sono “incartato” in una sottilissima disquisizione scolastica. Il testo che dovevo citare si fermava un attimo prima. Ma l’occhio ha continuato a scorrere la pagina e qualche rigo dopo si è bloccato. La cosa mi affascinava ma al contempo non riuscivo a capirla. Leggo, rileggo, nulla.  La prima reazione è stata quella di soprassedere: in fondo per la mia nota tale discussione non era affatto pertinente e la strada per consegnare il testo ancora molto lunga (e il sollecito del curatore già da giorni nella mia posta elettronica…). Ma non stavo in pace, il fatto di non capire non quietava la domanda interiore. Alla fine (insight!) mi accorgo che il problema stava in un termine scolastico che traducevo troppo alla lettera e non probabilmente nel senso corretto che gli scolastici usavano (e mi sono ricordato di un’esperienza raccontatami da Poemen una settimana fa…). Allora sono andato in cerca di un libro che sapevo di avere da qualche parte tra gli scaffali. Il classico libro comprato su una bancarella, messo lì e dimenticato. Ma la mia memoria è ancora meglio di Anobii. Non ricordo mai i compleanni, le date, quanti pantaloni ho nell’armadio… ma i libri! E lo trovo: N. Signoriello, Lexicon peripateticum philosophico-theologicum in quo scholasticorum distinctiones et effata praecipua explicantur, Neapoli 1872.
Era proprio così. Non capivo perché non capivo bene il senso di una espressione.
Poi, però, insights a valanga… Se avessi soltanto scrollato le spalle davanti a una cosa che non capivo, magari dicendo “guarda quanto tempo perdevano gli antichi in cose di nessun senso”, “che problemi idioti, davvero un’epoca di tenebre questo medio-evo”, etc., avrei perso un’occasione d’oro per comprendere ancora una volta come invece il fatto che io non riesca a capire una cosa non significa che quella cosa non ha senso o non è vera!
E l’esperienza non è finita qui. Perché una volta aperto questo libro ne sono stato risucchiato. A pagina 230 leggo: Nihil est causa sui ipsius… un flash! Cosa di più ovvio? Il Caso, il Bigbang (Renzi a parte), l’Esplosione primordiale, il Brodo primordiale… Ecco la distanza tra chi è chiuso solo nel mondo del suo realismo ingenuo di senso comune e tra chi ha differenziato la sua coscienza anche secondo altri patterns. Continua il nostro Signoriello: Nemo enim dat, quod non habet; at, antequam aliquid sit, non habet esse. Adhaec prius est esse, quam operari, nihil quippe, seu eius, quod nondum habet esse, nulla est virtus, nullaque eius operatio; at producere est virtutis activae; ergo nihil potest producere seipsum, secus haberet virtutem, et operationem, antequam haberet esse.
Qualcuno ce lo deve aver dato questo esse.
La seconda cosa che mi colpiva era che tutto questo io l’avevo studiato in filosofia all’Università (e perché avevo avuto come professori un domenicano per storia della filosofia medievale e un gesuita indimenticabile – adesso contemplando Dio come sempre aveva desiderato – della stessa scuola di lettura di Tommaso). Però il libro che stavo leggendo era destinato Ad cleri neapolitani adolescentes, come la Summa era destinata come aiuto a chi iniziava lo studio della teologia, per aiutare a fare un po’ di chiarezza. Che arretrati, eh? Oggi si fanno tesi dottorali su quello che nel tenebroso medioevo era la condizione iniziale per poter COMINCIARE lo studio!!

Ma ancora non era finita. Perché continuando a leggere questo libro, mi sono imbattuto nella citazione del primo libro del De Trinitate di Agostino. E nonostante le volte che “vi ero passato”, anche per lavoro, mai come ieri sera mi ha fatto l’effetto di un’esplosione di sole:

1. 1. Il lettore di questo nostro trattato sulla Trinità sappia, prima di tutto, che la nostra penna intende vigilare contro le false affermazioni di quelli che disprezzano di partire dalla fede e sono tratti in inganno da uno sconsiderato quanto fuorviato amore della ragione.

Di costoro, alcuni si sforzano di applicare alle sostanze incorporee e spirituali ciò che hanno percepito intorno alle sostanze corporee per mezzo dell’esperienza sensibile, o ciò che appresero intorno ad esse grazie alla natura stessa dell’ingegno umano, alla acutezza della riflessione e con l’aiuto della scienza, e vogliono misurare e rappresentarsi quelle sulla base di queste.

Intorno a Dio altri hanno un’idea, se questo è averne un’idea, conforme alla natura e agli affetti dell’animo umano. Da questo errore consegue che nelle loro discussioni su Dio seguono regole non rette e fallaci .

Ve ne sono altri poi che si sforzano di trascendere l’universo creato, evidentemente mutevole, per innalzare lo sguardo sulla sostanza immutabile che è Dio; ma, appesantiti dalla loro stessa natura mortale, volendo apparire sapienti in ciò che non sanno ed incapaci di sapere ciò che vogliono conoscere , insistono con troppa audacia nelle congetture e si precludono le vie dell’intelligenza, preferendo persistere nelle loro opinioni erronee, anziché mutare l’opinione che difendono.

Questo è il vero male delle tre categorie di persone di cui si è parlato : di coloro cioè che pensano Dio alla maniera degli enti corporei, di quelli che lo concepiscono in modo conforme alla creatura spirituale, come l’anima; di quelli infine che, pur tenendosi lontani dalle cose corporee e spirituali, pensano Dio in maniera erronea , tanto più allontanandosi dalla verità in quanto la loro idea di Dio non è tratta né dall’esperienza sensibile né dalla creatura spirituale, né dallo stesso Creatore. Erra infatti chi si immagina Dio, per esempio, come bianco o rosso; ma tuttavia questi colori li troviamo negli enti corporei; non meno in errore è colui che invece si fa di Dio l’idea di un essere capace di dimenticanza e di memoria o di altri simili stati , ma tuttavia questi li ritroviamo realmente nell’animo umano. Ma coloro che pensano Dio così potente da generare se stesso, errano tanto più gravemente in quanto non solamente Dio ma nessuna creatura spirituale o corporea è concepibile a questo modo: non c’è assolutamente alcuna cosa che si generi per esistere.
Nulla enim omnino res est quae se ipsam gignat ut sit.

Appunto.

Credo che anche il terribile curatore, pur inviadomi email minatorie, sarebbe stato contento di questa digressione serale

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