Il potere della follia

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 5 de dezembro de 2011

(originale in portoghese)

Il discorso comunista è molto cambiato lungo il passare del tempo. Iniziò dichiarando che la classe rivoluzionaria, incaricata di distruggere il capitalismo, era il proletariato industriale. Da Herbert Marcuse in poi, crede che i proletari sono dei venduti e che il compito di trasformare il mondo tocca a studenti, prostitute, banditi e drogati (e, in Brasile, al pubblico impiego, che Marx considerava alleato naturale della borghesia). Iniziò proclamando che idee e dottrine sono soltanto un velo di apparenze tessuto sull’interesse di classe. Passato un secolo e mezzo, ammette, con Ernesto Laclau, le classi neppure esistono, che sono create dalla propaganda rivoluzionaria secondo gli interessi del Partito in quel momento.

È difficile dibattere con gente che cambia discorso ogni volta che la discussione li pone con le spalle al muro.

Ma una cosa è innegabile: la mentalità comunista, che all’inizio era un blocco dogmatico di idee già pronte, è diventato piano piano una trama oscura e proteiforme, un labirinto mobile di sotterfugi e di cambiamenti di discorso, quasi impossibile da descrivere. Nello stesso modo, l’adesione al comunismo, che una volta era accettazione pura e semplice di uno schema esplicativo prêt-à-porter, si è venuto a trasformare in un processo psicologico che assomiglia più a una contaminazione nevrotica in una massa torbida di sentimenti confusi, piuttosto che alla fede in una “ideologia”.

Questo processo riflette l’adattamento progressivo del movimento comunista a situazioni culturali create dalla perdita di credito intellettuale del marxismo originario e dalla necessità di sostituirlo con nuove versioni ogni volta più “scivolose”, immuni alla critica razionale.

Durante questo processo, la propaganda comunista, che all’inizio era propriamente un “indottrinamento”, ripetizione ossessiva di tesi dogmatiche, venne trasformandosi sempre di più in un coinvolgimento emotivo senza contenuto dottrinale esplicito, inoculando nei militanti non tanto una concezione del mondo quanto invece un sentimento di partecipazione comunitaria fondato nell’odio a entità sempre più vaghe e meno definibili.

Invece di perdere credibilità, però, con tutto questo il discorso comunista ha guadagnato forza, proprio nella misura in cui esso non è più un “discorso” in senso stretto, bensì un agglomerato di simboli di grande penetrazione emotiva, molti dei quali non verbali, che fanno appello ugualmente ai sentimenti di frustrazione e ai risentimenti più disparati, unificando, per quanto possa sembrare incredibile, l’odio di femministe e gaysti alla moralità religiosa tradizionale e l’ostilità fondamentalista islamica all’immoralità decadente delle società occidentali. La coerenza del discorso ideologico non importa più, ormai: conta soltanto la seduzione, infinitamente adattabile agli interessi mutuamente contraddittori dei gruppi sociali più diversi, tutti mischiati un una atmosfera emotiva diffusa dove tutti i gatti sono bigi e ogni pretesto è il benvenuto.

Proprio per questo, la mente dei comunisti individuali, specialmente di quelli che attuano pubblicamente come “intellettuali”, è divenuta sempre più complessa e incomprensibile, i suoi discorsi sempre più elusivi e scivolosi, al punto che le loro opinioni non possono più essere “discusse” ma solo analizzate come sintomi di uno stato di spirito nebuloso che esse non esprimono direttamente, ma che solo insinuano tra le ombre, come nel linguaggio dei sogni.

La coesione interna di un discorso può essere interna o esterna. Nel primo caso, le parti stanno insieme l’una con l’altra a causa di un vincolo logico. Nel secondo, grazie al riferimento a un insieme di fatti o cose riconoscibili. Le due forme di coesione possono essere articolate, quando la coerenza interna del discorso cerca di riflettere con fedeltà un insieme di relazioni oggettive.

Ma c’è ancora una quarta possibilità: un discorso che non è coerente nemmeno con se stesso, che non riflette in modo adeguato una realtà, né articola queste due esigenze, ma continua ad esercitare, per lo meno su un certo pubblico, un effetto persuasivo come se realizzasse perfettamente e simultaneamente, le due modalità di coerenza.

Ciò accade quando, sotto l’apparenza del voler difendere idee o esporre fatti, esso non fa realmente né l’una né l’altra cosa, ma esprime soltanto il sentimento di identità del gruppo sociale al quale si destina. Poiché lì le idee e i fatti non interessano più per se stessi, ma solo come simboli evocatori di certe reazioni emotive, tutto ciò di cui ha bisogno il discorso perché venga accettato come verace e coerente, senza essere nessuna delle due cose, è usare i simboli corretti, capaci di suscitare automaticamente le risposte istintive desiderate. Per questo, evidentemente, tali simboli devono essere di uso generale e corrente nel pubblico destinatario: devono essere luoghi comuni, slogans, frasi fatte, cliché.

Un linguaggio di cliché può essere usato deliberatamente, con arte e tecnica, da un demagogo o un propagandista abile, che domini le tecniche per manipolare le emozioni del pubblico. Ma può anche accadere che, usato in eccesso, tale linguaggio si dissemini a tal punto da usurpare le altre forme del discorso, diventando il “linguaggiare” generale e spontaneo, il modo di pensare di tutto un gruppo che si esprime, di tutta una collettività di “intellettuali”. In tal caso, l’intenzione di manipolare diviene praticamente incosciente, ciò che era demagogia diviene una forma di innocenza perversa il cui praticante non può più ingannare gli altri se non nella misura in cui inganna se stesso. La menzogna deliberata sparisce dall’orizzonte della coscienza e si tramuta in finzione isterica, costantemente rinforzata dalla auto-persuasione compulsiva, nella quale la falsità assoluta dei pretesti portati contrasta in modo patetico con la reale intensità dei sentimenti che provocano. Il processo culmina in uno stato di completa alienazione, in cui intere vite si costruiscono sulla ignoranza radicale delle condizioni oggettive che vi stanno a fondamento..

Quanto più vasto è il gruppo sociale coinvolto in questo gioco teatrale, quanto più vigoroso è il rinforzo che ognuno degli attori riceve dai suoi pari. Nella stessa proporzione, si amplia il permesso per la pratica abitudinaria dell’incoerenza e della falsità, fino a che ogni residuo di impegno verso la ragione e verso i fatti finisca per essere abolito, sostituito dall’intensificazione crescente del sentimento di identità gruppo, che a questo punto passa a valere come unico criterio di verità concepibile.

Inutile dire che questo sentimento, nella misura in cui si intensifica, finisce per rinforzare la coesione e la capacità di azione unificata del gruppo coinvolto, risultando, a volte, in aumento del proprio potere politico. Si spiega così l’apparente paradosso che, lungo tutto il secolo XX, i gruppi più intossicati da idee inverosimili e assurde – comunisti e nazisti – risultassero frequentemente vincitori in dispute con avversari più sensati e realisti. Invertendo l’ottimismo inaugurale della modernità, che per la bocca di Sir Francis Bacon proclamava “La conoscenza è potere”, l’evoluzione degli avvenimenti ha mostrato che, se questo slogan continua ad essere valido nel campo della scienza, della tecnica e dell’industria, nella politica l’ignoranza, l’incoscienza e la follia sono armi per nulla disprezzabile – e questo non solo nel senso banale che la stupidità delle masse può essere manipolata da un esperto demagogo, ma nel senso molto più temibile che il manipolatore può diventare tanto più efficiente nella misura in cui lui stesso è ignorante, incosciente e folle.

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