Ho già parlato di Julio Severo. E’ un evangelico brasiliano che da anni è nel mirino delle lobbies gayste per il semplice fatto di esprimere la sua opinione in merito a quella che lui ritiene sua una scelta di vita non conforme alle sue convinzioni religiose. La sua battaglia è un blog, con il quale fa media-watching, su tutti gli argomenti sensibili circa la difesa della vita. Un uomo solo. Un blog.

Da anni ha dovuto lasciare il suo paese, ramingo insieme a moglie e quattro figli, a causa di una quantità immensa di processi per “omofobia” che le lobbies gayste gli hanno intentato contro. Ripeto: per il solo fatto di esprimere una sua opinione legata alle sue convinzioni religiose. Ho detto ramingo, perché appena queste lobbies scoprono dove si è rifugiato, partono “class-actions” contro di lui in ogni paese dove cerca rifugio. Un uomo solo, con il suo blog: contro lobbies che agiscono su scala internazionale.

Alcuni mesi fa erano riusciti a fargli bloccare il conto Paypal attraverso il quale Julio Severo riceveva quei quattro spiccioli che gli permettono di vivere e mantenere la famiglia. Un uomo solo, con il suo blog che esprime un’opinione: le lobbies gayste non vogliono nemmeno che abbia di che mangiare. Deve letteralmente morire.

Grazie a Dio ci sono state delle proteste vibranti contro Paypal e hanno di nuovo riaperto il conto. Ma l’episodio è gravissimo.

Quando chiusero il conto a Julio Severo, Olavo de Carvalho scrisse un bellissimo articolo nel quale, come sempre, possiamo trovare delle indicazioni di portata più generale, per chi desidera capire, al di là di struzzeschi nascondersi a causa delle proiezioni delle proprie paure e di desideri metastatici (nel senso di Voegelin), la struttura profonda della follia che ormai, senza alcun freno, ci circonda.

Tutti contro uno

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 25 de outubro de 2011

(orig. in portoghese)

Bei tempi quanto i giovani di sinistra si lanciavano contro cavalieri armati di sciabole! Oggi si riuniscono a centinaia per intimidire un uomo solo, minoranza assoluta nel Congresso, e pensano di essere piccoli eroi per questo. Oppure, con l’appoggio dello Stato e di ONGs miliardarie, si organizzano machiavellicamente per tagliare i mezzi di sostentamento di un padre di famiglia che, perseguitato e costretto con le spalle al muro nella sua terra, vaga di paese in paese con moglie e quattro figli, rifiutato e umiliato dappertutto, senza nemmeno un posto dove poter cader morto.

Chi volesse conoscere l’anima della gioventù militante di oggi, dia un’occhiata qui e qui

In entrambi i casi, gli attivisti immaginano, sentono e credono di essere, all’interno del loro teatrino mentale, dei coraggiosi combattenti per la libertà che lottano contro il centro stesso del potere oppressore, quando in realtà sono proprio loro il braccio del più grande schema di potere che mai sia apparso al mondo, l’alleanza dello Stato con gli organismi internazionali, le grande fortune globaliste e tutti i mass-media in blocco, tutti insieme contro focolai isolati di resistenza, ingenui e sprovveduti idealisti che, a torto o a ragione, nulla guadagnano e tutto rischiano per restare fedeli ai loro valori.

È la caricatura grottesca, l’inversione totale del coraggio civico, la perdita radicale del senso di equivalenza di forze, delle leggi dello scontro onorevole che un tempo vigevano perfino nelle risse da strada, tra delinquenti, e oggi sono scomparse completamente nei cuori di coloro che, per colmo di ironia, continuano a considerarsi la parte più illuminata della popolazione.

Chi ha insegnato loro ad essere così? Chi ha strappato dalle loro anime il senso più elementare di giustizia, di onore, di amore al prossimo e perfino quella tolleranza che tanto esaltano a parole, sostituendolo invece con l’odio proiettivo, insano, misto al terrore, che nel volto dell’opponente vede solo l’immagine del demonio che li impaurisce da dentro e li porta a sentirsi minacciati quando invece minacciano, perseguiti quando perseguono, oppressi quando invece opprimono, odiati quando odiano?

Chi ha insegnato loro a temere a tal punto gli argomenti che vengono da una voce solitaria che, al più piccolo pericolo di ascoltarla, sentono la necessità di soffocarla con grida e menacce, e credono di essere per questo l’apoteosi della democrazia, della libertà e dei diritti umani? Chi li ha indottrinati per arrivare a credere che qualsiasi sfida alle loro convinzioni è un crimine e non possa essere tollerato nemmeno per un istante?

Chi ha insegnato loro a immaginare la struttura del potere totalmente rovesciata, con due o tre tizi isolati e senza alcuna risorsa in cima, e l’insieme delle forze internazionali miliardarie in basso, gemendo sotto il giogo implacabile di un qualche Jair Bolsonaro, Júlio Severo ou Padre Lodi?

Chi ha insegnato loro a vedere “crimini di odio”, imputabili alla coscienza religiosa, in ogni assassinio di omosessuali praticato da garotos de programa, evidentemente omosessuali essi stessi e sprovvisti, altrettamento chiaramente, di qualsiasi vestigio di scrupoli religiosi? Chi ha insegnato loro a proclamare, davanti a questi assassinii, che “la Chiesa ha le mani sporche di sangue”, quando lo stesso Movimento Gay di Bahia confessa che la maggior parte di questi crimini sono commessi da “professionisti del sesso” e fino ad oggi non si è dato un solo esempio di un omicidio commesso contro omosessuali commesso per motivi di fede religiosa o sentimenti conservatori?

Chi ha insegnato loro a disprezzare a tal punto la realtà e ad attaccarsi a insane leggende, caricate di odio ingiusto contro innocenti che mai hanno fatto loro del male se non quello di non essere d’accordo con le loro opinioni e che non hanno, tra l’altro, la benché minima difesa contro gli attacchi multimiliardari e ben alimentati che si muovono contro di essi?

Posso affrontare queste domande in articoli futuri, ma nessuna risposta mai potrà attenuare il sentimento di stupore davanti a un fenomeno deprimente, abietto, moralmente inaccettabile: la perdita del senso di giustizia e di onore da parte di una intera generazione di brasiliani. Io stesso, quando scrissi “L’imbecille giovanile” nel 1998 (cfr. testo in portoghese ; a seguire la traduzione italiana di questo articolo, NdT), non mi aspettavo che il meccanismo sociologico che là descrissi diventasse, per così dire, ufficializzato, consacrando come virtù civiche la codardia, il servilismo di gruppo e l’assalto collettivo a capri espiatori sproporzionalmente più deboli.

L’imbecille giovanile

Olavo de Carvalho,

Jornal da Tarde, São Paulo, 3 abr. 1998

 Ho creduto già a molte menzogne, ma ce ne è una alla quale sempre sono stato immune: quella che celebra la gioventù come una epoca di ribellione, di indipendenza, di amore alla libertà. Non ho dato credito a tale scemenza neppure quando, io stesso giovane, essa mi lusingava. Al contrario, presto mi impressionarono profondamente, nella condotta dei miei compagni di generazione, lo spirito del gregge, la paura dell’isolamento, l’asservimento alla voce corrente, l’ansia di sentirsi uguali e accettati dalla maggioranza cinica e autoritaria, la disposizione a cedere tutto, a prostituire tutto in cambio di un posticino da neofita nel gruppo dei tipi “giusti”.

Il giovane, è vero, si ribella molte volte contro genitori e professori, ma è perché sa che in fondo stanno dalla sua parte e mai restituiranno le sue aggressioni con forza totale. La lotta contro i genitori è un teatrino, un gioco di carte truccate, nel quale uno dei contendenti lotta per vincere e l’altro per aiutarlo a vincere.

Molto diversa è la situazione del giovane davanti a quelli della sua generazione, che non hanno con lui le stesse compiacenze del paternalismo. Invece di proteggerlo, questa massa confusionaria e cinica riceve il novizio con disprezzo e ostilità che gli mostrano, da subito, la necessità di obbedire per non soccombere. È proprio dai suoi compagni di generazione che ottiene la prima esperienza di un confronto con il potere, senza la mediazione di quella differenza di età che dà diritto a sconti e attenuanti. È il regno del più forte, dei più sfacciati che si afferma con tutta la sua crudezza sulla fragilità dell’ultimo arrivato, imponendogli prove ed esigenze prima di accettarlo come membro dell’orda. A quanti riti, a quanti protocolli, a quante umiliazioni non si sottomette il postulante per sfuggire alla prospettiva terrorizzante del rifiuto, dell’isolamento… Per non essere restituito, impotente e umiliato, alle braccia della mamma, egli deve superare un esame che esige da lui flessibilità piuttosto che coraggio, capacità di modellarsi ai capricci della maggioranza – la soppressione, insomma, della personalità.

È vero che egli si sottomette a tutto ciò con piacere, con l’ansia dell’innamorato che farà di tutto in cambio di un sorriso compiacente. La massa dei compagni di generazione rappresenta, in fondo, il mondo, il mondo grande in cui l’adolescente, emergendo dal piccolo mondo domestico, chiede di entrare. E l’ingresso costa caro. Il candidato deve, da subito, imparare tutto un vocabolario di parole, di gesti, di sguardi, tutto un codice di parole d’ordine e simboli: il minimo errore espone al ridicolo, e la regola del gioco è in generale implicita, dovendo essere indovinata più che conosciuta, scimmiottata più che indovinata. Il modo di apprendimento è sempre l’imitazione ¾ letterale, servile e senza domande. L’ingresso nel mondo giovanile spara a tutta velocità il motore di tutti gli sviamenti umani: il desiderio mimetico del quale parla René Girard, dove l’oggetto non attrae per le sue qualità intrinseche ma per il fatto di essere desiderato simultaneamente da parte di un altro, che Girard chiama il mediatore.

Non deve meravigliare che il rito di ingresso nel gruppo, costando un così alto investimento psicologico, termini col portare il giovane alla completa esasperazione impedendogli però, al contempo, di spargere il suo risentimento sul gruppo stesso, oggetto dell’amore che si desidera, e che ha pertanto il dono di trasfigurare ogni impulso di rancore in un nuovo investimento amoroso.

Dove, quindi, si volgerà il rancore, se non verso la direzione meno pericolosa? La famiglia appare come il capro espiatorio provvidenziale di tutti i fallimenti del giovane nel suo rito di passaggio. Se egli non riesce ad essere accettato nel gruppo, l’ultima cosa che gli verrà in mente sarà quella di attribuire la colpa alla sua situazione, alla fatuità e al cinismo di chi lo rigetta. In una inversione crudele, la colpa delle sue umiliazioni non sarà data a chi si rifiuta di accettarlo come uomo, ma a coloro che lo accettano come bambino. La famiglia, che tutto gli ha dato, pagherà per le malvagità dell’orda che tutto gli esige. Ecco a cosa si riduce la famosa ribellione dell’adolescente: amore al più forte che lo disprezza, disprezzo per il più debole che lo ama.

Tutti i cambiamenti si danno nella penombra, nella zona indistinta tra l’essere e il non essere: il giovane in transito tra ciò che non è e ciò che non è ancora, è, per fatalità, incosciente di sé, della sua situazione, delle paternità e delle colpe di quanto accade dentro e intorno a lui. I suoi giudizi sono quasi sempre una inversione completa della realtà. Ecco il motivo per il quale la gioventù, da quando la codardia degli adulti ha dato loro autorità per fare il bello e il cattivo tempo, è stata sempre all’avanguardia di tutti gli errori e le perversità del secolo: nazismo, fascismo, comunismo, sette pseudo-religiose, consumo di droga. Sono sempre i giovani che stanno un passo avanti nella direzione del peggio.

Un mondo che affida il suo futuro al discernimento dei giovani è un mondo vecchio e stanco, che già non ha più nessun futuro.

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