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Salti qualitativi
Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 26 de dezembro de 2011

(originale in portoghese)

Quando parlo della trasmutazione di diritti umani elementari in strumenti di controllo oppressivo, per favore, risparmiatevi di vedere in questo fenomeno un processo storico-sociale spontaneo, un “risultato non premeditato delle azioni umane”, come direbbe Max Weber. È una trasformazione pianificata. Strateghi di grande peso controllano il processo, sapendo che i risultati finali saranno molto differenti da quelli sperati dalla massa ignara dei militanti, utili idioti e, è chiaro, anche nemici. Nessuna proposta sociale venuta da cervelli marxisti ha mai – ripeto: mai – le finalità nominali con le quali si presenta al pubblico generale. Le vere finalità sono conosciute soltanto da coloro che hanno le qualificazioni intellettuali per partecipare alle discussioni serie in un circolo più discreto di pianificatori e di leaders. Nulla è segreto, ma, in pratica, la logica della cosa è inaccessibile tanto ai militanti comuni quanto, e ancora di più, al pubblico dei non addetti ai lavori.
Un esempio classico è la strategia Cloward-Piven (qui un articolo di Olavo a rispetto che cita esplicitamente in questo articolo; qui un articolo in inglese su questa strategia, NdT), fatta passare come un piano di aiuto a bisognosi, ma, nel circolo più intimo, ammessa francamente come un artificio per generare crisi economica, far fallire la previdenza sociale e lasciare, alla fine dei conti, i bisognosi ancora più bisognosi – ciò che sarà in seguito sfruttato per imprimere al movimento un “salto qualitativo”, passando dalle mere rivendicazioni previdenziali al clamore rivoluzionario ostensivo del Occupy Wall Street. Tutto questo pensato con mezzo secolo di anticipo. Il pubblico non addetto ai lavori e perfino gli stessi analisti politici usuali perdono presto il bandolo della matassa e non fanno caso alla continuità del processo, mentre i pianificatori comunisti, abituati a calcoli a lunghissima scadenza, continuano a condurre il flusso della trasformazione in una confortevole invisibilità, travestiti da “fattori strutturali”, “cause sociali” e mille e uno eleganti travestimenti verbali che impediscono al pubblico di vedere i veri agenti che stanno dietro a tutto.
L’espressione “salto qualitativo” è la chiave di tutto l’affare. Nessun intellettuale marxista di un certo peso ignora questa teoria di ispirazione hegeliana, esposta da Mao Tze Tung ma implicita nella dottrina di Marx fin dall’inizio. Dice che ogni accumulazione quantitativa, oltrepassato un certo limite, produce un cambiamento della qualità, dello stato, delle proprietà del fattore accumulato. L’esempio classico citato da Mao è quello dell’acqua che, scaldata, si trasforma in vapore, perdendo le qualità che aveva nello stato liquido e acquisendone di nuove inerenti allo stato gassoso.
Questa non è, come pensava Mao, una legge universale, applicabile a tutte le sfere della realtà. È comunque una constatazione empirica, che vale per certi insiemi di fenomeni, specialmente della società umana. Mi sono basato su di essa, ad esempio, per descrivere la figura del “metacapitalista”: il tizio che si arricchisce a tal punto con la libertà economica che, passato un certo punto, non può più assoggettarsi alle oscillazioni di mercato e deve passare a controllarlo. La trasfigurazione del capitalista in monopolista è un “salto qualitativo”. L’immagine dell’acqua e del vapore non è una formula generale, è solo un simbolo, che condensa analogicamente vari processi simili. Ma, dentro di certi limiti, questi processi funzionano.
Ogni volta che la intellighentzija rivoluzionaria lancia campagne che in modo persistente spingono la società in una certa direzione, è perché sa che l’accumulo di forze in questa direzione finirà per arrivare a un “salto qualitativo”, sviando l’insieme verso una direzione totalmente differente e producendo risultati che la maggioranza tonta contemplerà attonita, senza sapere di dove essi sono venuti. Solo alla luce del calcolo marxista questi risultati hanno un senso, ma anche dentro il movimento rivoluzionario solo gli happy few sanno fare tale calcolo e gestirne la sua applicazione razionale. Non è argomento per qualsiasi militante scemo, né per qualsiasi scemo liberal-conservatore che misuri il QI dei comunisti con il proprio.
La facilità con la quale gli artefici del cambiamento rivoluzionario portano la società dove vogliono loro contrasta in modo assolutamente patetico, è vero, con la loro totale incapacità di creare una economia decente a partire del momento in cui distruggono l’ultimo nemico e assumono il controllo assoluto del potere statale.
I liberali, che solo pensano all’economia e vedono l’impotenza del socialismo in questa area, deducono da ciò che il marxismo è falso in tutto, un monte di cretinate che non merita attenzione. Ma il marxismo è una teoria economica solo in apparenza. A rigore, è la teoria e la strategia della trasformazione rivoluzionaria della società – e, in questo campo, è perfettamente realista ed efficiente. Il fatto che non serva per far prosperare una economia non significa che sia incapace di distruggere molte economie, molte società e molte nazioni, e, perfino nel più maestoso fallimento economico, aumentare il potere internazionale della élite rivoluzionaria, come di fatto è successo dalla caduta dell’URSS. Il sentimento di superiorità che i liberali hanno davanti al marxismo è come quello di un impresario di boxe che, per il semplice fatto di saper fare soldi con questo sport, si immaginasse per questo capace di salire sul ring e mettere KO Wladimir Klitschko. Non esiste superiorità assoluta, trasferibile automaticamente a tutti i dominii dell’azione umana. Io, ad esempio, sono capace di fare a pezzettini qualsiasi conferenziere comunista che faccia il gradasso con me, ma, se dovessi competere con uno di loro in materia di succhiare finanziamenti statali, non saprei nemmeno per dove cominciare. Questi soggetti, quanto più perdono i dibattiti tanto più si riempiono di soldi.

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