Un articolo che mi ha fatto molto riflettere. Anche se si riferisce alla situazione brasiliana, non mipare difficile vederne l’applicazione anche per noi.

Doppia utilità

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 10 de fevereiro de 2012
(orig. portoghese)

Vorrei subito chiarire che non avrei mai scritto su soggetti deprimenti come i sigg. Emir Sader, Vladimir Safatle, Sidney Silveira, Júlio Lemos, Eduardo Wolff [“intellettuali”, “accademici” e “formatori d’opinione” brasiliani, NdT] e simili se non ritenessi che ciò abbia una doppia utilità.

Da un lato, serve per chiarire e documentare il presente stato di cose del Brasile mentale. Fu per questo che nel 1995 iniziai a pubblicare L’imbecille collettivo, una serie di annotazioni su un crollo culturale mai visto prima in un qualsiasi paese mediamente civilizzato e degna, quindi, di essere segnalata in aiuto agli storici futuri, se ce ne saranno ancora, i quali avranno molta difficoltà a vedere qualcosa in mezzo alle tenebre di questo periodo, proprio come un uomo caduto temporaneamente in uno stato di incoscienza patologica riesce appena a mettere insieme le due punte estreme della sua biografica, tagliate e separate da una fascia di oscurità impenetrabile. Se oggi continuo a redigere questo tipo di note, è per far sapere che lo stato di cose che indicavo là non ha smesso di peggiorare, per impossibile che sembri, essendo straripato dai circoli letterati verso la società in generale, immersa oggi nella quotidiana barbarie di un carnevale sanguinoso e di una abiezione morale così profonda che le parole non riescono a descrivere. Dall’altro, fornisce ai miei studenti e ai miei lettori, a titolo di allarme, un mostruosario dei rischi di alienazione e di corruzione interiore che, in questo quadro, minacciano di rodere i più promettenti semi di una vita intellettuale nascente.

Serve, in questo senso, illustrare un capitolo di metodologia filosofica che assimilai fin dalla mia remota gioventù, che ho ripreso e imparato di nuovo mille volte lungo i decenni, che si è incorporato alla mia mente al punto di diventare quasi una seconda natura, e che io desidererei ardentemente ripassare a tutti coloro che mi leggono e mi ascoltano. Devo questo insegnamento a molti maestri, specialmente (senza mancare di rispetto a qualsiasi altro) a Socrate, s. Agostino, Montaigne, Kierkegaard, Ortega, Julián Marías, Alain, Louis Lavelle, Eric Voegelin e Paul Friedländer, ma, prima di tutti questi, all’oracolo di Delfi, che lo riassumeva, storicamente o mitologicamente, nel detto “Conosci te stesso”.


Questo comandamento significa che qualsiasi investigazione filosofica deve radicarsi in una coscienza molto chiara della nostra situazione esistenziale personale, della nostra condizione personale e socio-storica, delle nostre contraddizioni interiori e delle motivazioni dei nostri atti, anche le più segrete, cattive e deludenti. Solo da lì ci si deve elevare, poco alla volta, alle grandi speculazioni astratte che, senza questo, diventerebbero feticci intellettuali, meccanismi di alienazione o, nella migliore delle ipotesi, pure esercitazioni accademiche senza genuina sostanza intellettuale, per quanto possano apparire eleganti e sofisticate.

Se, a causa dei peccati, la nostra situazione personale e sociale si mostra spregevole e infame, irrisoria, meschina, lontana da tutto quanto possa esserci di grande e sublime nel mondo, quanto più diventa obbligatorio quell’esame di coscienza, per non correre il rischio di cercare in studi nominalmente nobili ed elevati un mero anestetico occasionale contro la realtà della nostra miseria. Questa è, in verità, la più seducente e letale delle tentazioni per l’intelletto giovane nell’atmosfera oppressiva di una nazione culturalmente atrofizzata. Che conforto imbambolante, che soddisfazione dilettevole sente il debuttante che, sottolineando il suo contrasto con la incultura che lo circonda, può esibire davanti al pubblico stupito il proprio dominio delle tecniche intellettuali più raffinate, l’aggiornamento del proprio spirito con i dibattiti più complessi che si hanno nei “grandi centri” universitari dell’Europa e degli USA!

Non c’è nulla di male nell’apprendere queste cose. In certi momenti è perfino obbligatorio. Ma, quando questa scalata agli alti pinnacoli si fa saltando sopra l’esigenza preliminare di radicamento cosciente nella realtà personale e storica immediata, il risultato è quella indigesta mistura di raffinatezza apparente e grezzura profonda, che così bene caratterizza lo pseudo-intellettuale del Terzo Mondo.
Partendo da questa falsificazione di base, ciò che appariva un debutto promettente va piano piano a corrompersi e prostituirsi fino a discendere all’inganno ostensivo, che perfino i lettori senza molta cultura finiscono per notare.

Questo male, che affligge perfino i più intelligenti e impegnati, si manifesta all’esterno in mille sintomi, dei quali non è il meno significativo il cattivo gusto, lo stile al contempo nauseante e traballante del suo scrivere. Il sig. Júlio Lemos, per esempio, il cui talento innato per gli studi filosofici io sarei l’ultimo a negare, rovina tutto quando tenta di compensare il suo parco dominio della lingua con il reiterado ricorso a espressioni inglesi perfettamente inutili, solo per darsi arie di professore della Ivy League. Leggete e verificate. L’uomo non ha sentimenti contrastanti, ha mixed feelings. Non ha una questione da risolvere, ha una issue. E così via. I termini stranieri si usano quando hanno una connotazione inimitabile nell’espressione originale o sono espressioni tecniche consacrate, come habitus o Dasein. Negli altri casi, sono pure cretinate, cose da sottosviluppato.

Parlo del modo di scrivere perché nulla rivela in modo migliore la stoffa interiore di un’anima. La materia può essere colta nelle letture, a volte in qualsiasi manuale o dizionario di filosofia, ma lo stile, lo vogliate o no, è dell’uomo.

Non mi riferisco nemmeno al sig. Lemos in particolare; ce ne sono centinaia come lui. Si comincia con questi vizi e anni dopo si è già pronti per imparare a nascondersi in qualsiasi canto, come un topo, ogni volta che si commette qualche sciocchezza che non si è uomini sufficientemente per confessare. Dall’affettazione all’inganno la strada è assai breve.

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