Image

Coerenza e integrità

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 28 de fevereiro de 2012

 (originale in portoghese)

Un mio articolo precedente potrebbe fornire l’occasione per molti altri, così tante sono le conseguenze che annuncia e le domande che suggerisce. Una di queste è: qual è l’importanza della logica nella formazione del filosofo? In un certo qual modo questa domanda già ha ricevuto una risposta dallo stesso svilupparsi dei fatti storici: la filosofia esisteva già, e grande filosofia – la più grande di tutte –, una generazione prima che Aristotele formulasse per la prima volta le regole della logica. Il pensiero logico è, certamente, una capacità naturale dell’essere umano, e fin dai tempi più remoti la speculazione filosofica ne fa uso quasi d’istinto, ma la logica in quanto tecnica esplicita è apparsa soltanto quando la filosofia, senza di essa, aveva già raggiunto le sue più alte cime, mai superate dall’evoluzione posteriore. Quando Alfred N. Whitehead disse che la storia della filosofia non è altro che una collezione di note a piè di pagina degli scritti di Platone, egli includeva in tutto ciò, è chiaro, la filosofia intera di Aristotele. Così come questa è solo uno sfruttamento avanzato di sentieri già aperti dal platonismo (e il filosofo di Stagira è il primo a riconoscerlo, quando si riferisce a se stesso come uno di “noi, i platonici”), la techne logike non è altro che un ramo speciale della filosofia aristotelica, che la trascende infinitamente e non è in nessun modo determinata da essa né nella sua forma espositiva né nel suo senso intimo.

La coerenza del discorso, oggetto della logica, è certamente importante, ma solo in quanto espressione esteriorizzata di una coerenza più profonda: la consistenza della percezione del mondo, manifestazione, a sua volta, dell’unità e integrità dell’anima – l’equilibrio interno dello spoudaios, l’uomo maturo e massimamente sviluppato, cosciente di sé, dominatore del suo universo interiore, reso capace di cercare, se mi è permessa una auto-citazione, “l’unità della conoscenza nell’unità della coscienza (cognitiva e morale) e viceversa”.

Separato da questo sfondo, il culto del discorso coerente diventa soltanto un feticismo, ipnoticamente attraente come tutti, che rischia di sollevare le costruzioni intellettuali più sofisticate in cima di una base percettiva povera o deformata. Il fatto che così tanti filosofi notevoli per i loro contributi alla logica siano anche scesi al livello della più spaventosa puerilità quando hanno abbandonato il dominio del formalismo puro e si sono avventurati a trattare i problemi sostanziali della storia, della morale, della religione e della politica (Wittgenstein e Russell sono casi esemplari), non è un dettaglio marginale delle loro biografie, ma il segnale del fatto che la ricerca dell’integrità del discorso può essere a volte un travestimento usato per coprire una coscienza frammentaria e dispersa, incapace di rispondere da sola davanti alle realtà della vita.

Aristotele fu sempre cosciente del fatto che il discorso logico non sta a mezz’aria, ma si erge su tutto un caleidoscopio di percezioni e ricordi che non cede all’impulso della formalizzazione logica se non dopo una serie di depurazioni molto elaborate, che passano dal linguaggio poetico (assai ben definita da Benedetto Croce come espressione di impressioni), attraverso le scelte retoriche e confronti dialettici, fino al formalismo della dimostrazione logica, capace solo di abbracciare un frammento minimo dell’esperienza umana (ho scritto su questo un libro intero, non c’è bisogno di ripetermi [si riferisce al suo Aristóteles em nova perspectiva, NdT]). Quando si perdono di vista le radici che il ragionamento logico possiede nelle modalità meno astratte di discorso (e queste nella complessità di un’anima vivente), i progressi della formalizzazione rischiano di diventare pretesti per una irresponsabilità cognitiva quasi demenziale, tanto più dannosa quanto più adornata di perfezioni tecniche imponenti.

Non è una coincidenza che le scuole filosofiche che privilegiano soprattutto l’analisi logica si sono concentrare sulla lingua standardizzata delle scienze e del “linguaggio quotidiano” (molte volte costruito di frasi banali inventate ad hoc dal filosofo stesso, del tipo “la scopa sta dietro la porta”), evitando di affrontare il linguaggio della grande letteratura e quello della rivelazione, gli unici nei quali si esprimono le massime potenzialità del parlare e, quindi, nelle quali traspare la vera natura del linguaggio. Fu per questo che, nei suoi celebri confronti con Ludwig Wittgenstein, il geniale critico letterario F. R. Leavis, che inquadrava il linguaggio soltanto sulla base di esempi reali colti nella complessità della trama sociale e nell’eredità dei secoli, finì per definirsi un “antifilosofo”. Nel senso greco, sarebbe un filosofo perfino più grande di quel suo amico e antagonista. In un ambiente di filosofi “professionisti” attaccati al formalismo logico, egli avrebbe potuto essere davvero soltanto un “anti”.

Una certa difficoltà nell’imparare la logica moderna (ma nulla, però, che non si possa superare con un poco di pazienza) minaccia di dare allo studente l’impressione che lì si trovi il massimo della “serietà” che l’intelligenza umana possa raggiungere. Ma l’integrità del discorso logico è veramente seria soltanto quanto è radicata nell’integrità di una visione personale responsabile, di una percezione ampia e matura della realtà, che si estende ben al di là delle possibilità accessibili della prova logica.

La disciplina del pensiero logico non è, proprio non è lo standard massimo della onestà filosofica, essa è appena la sua espressione più esterna, più “visibile” e meno essenziale. Il filosofo che non si cura della disciplina dell’anima e si impegna al massimo nella coerenza logica è come un capo mafioso [in italiano nel testo, NdT], che, vivendo di gioco d’azzardo, di sfruttamento della prostituzione e dell’assassinio dei concorrenti, si considerasse molto onesto per il fatto di mantenere in perfetto ordine i suoi libri contabili.

 

Annunci