Tag

Wow, sono passati quasi due mesi dall’ultimo post… Beh, mesi intensi, come quelli di tutti. Un articolo di Olavo e la fine degli esami ai miei studenti mi hanno permesso di farmi il regalo di avere un po’ di tempo per un post. L’articolo di Olavo si riferisce in specifico alla situazione brasiliana ma, come spesso accade, a me pare possa essere applicato perfettamente anche per queste nostre italiche latitudini .

Lunga notte

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 4 de junho de 2012

(originale in portoghese)

Se c’è una cosa che, quanto più la perdi e meno ne senti la mancanza, essa è l’intelligenza. Uso la parola non nel senso volgare di miserucce abilità misurabili, ma in quello di percezione della realtà. Quanto meno uno percepisce, meno percepisce di non percepire. Quasi immancabilmente, la perdita viene per questo accompagnata da un sentimento di pienezza, di sicurezza, quasi di infallibilità. È chiaro: quanto più stupido uno diventa, meno si rende conto delle contraddizioni e delle difficoltà, e tutto gli appare spiegabile con mezza dozzina di parole. Se poi le parole vengono con il sigillo della intelligentzjia parlante, allora, caro mio, nulla più al mondo potrà opporsi alla forza schiavizzante delle frasi fatte che, con uno schioccare di dita, rispondono a tutte le domande, dirimono tutti i dubbi e installano, con una tranquillità sovrana, l’impero del consenso finale. Mi riferisco specialmente a espressioni come “disuguaglianza sociale”, “diversità”, “fondamentalismo”, “diritti”, “estremismo”, “intolleranza”, “tortura”, “medievale”, “razzismo”, “dittatura”, “credo religioso” e simili. Il lettore potrà, se vuole, completare il repertorio mediante una breve consultazione delle sezioni di opinione dei cosiddetti “grandi mezzi di informazione”. Nella più spericolata delle ipotesi non superano i venti o trenta vocaboli. Esiste qualcosa, tra cielo e terra, che questi termini non possano esprimere con perfezione, non possano spiegare nei più minimi dettagli, che non possano trasformarsi in conclusioni inamovibili che solo un pazzo oserebbe contestare? Attorno a essi gira la mente brasiliana di oggi, incapace di concepire qualsiasi cosa che stia al di fuori di ciò che questo esiguo vocabolario possa abbracciare.

Che queste certezze siano ostentate da persone che, al contempo, facciano professione di fede relativista e perfino neghino in modo perentorio l’esistenza di verità oggettive, ecco una prova supplementare di quello che stavo dicendo: quanto meno uno capisce, meno capisce di non capire. Al contrario dell’economia, per la quale vale il principio della scarsità, nella sfera dell’intelligenza vige il  principio dell’abbondanza: quanto più manca, quanto più dà l’impressione che ne avanzi. La stupidità completa, se un tale sublime ideale potesse essere raggiunto, corrisponderebbe alla piena auto-soddisfazione universale.

L’indizio più eloquente è il fatto che, in un paese dove da trent’anni non si pubblica un romanzo, un racconto, un testo teatrale che valga la pena leggere, nessuno dice nulla per la mancanza di una cosa un tempo così abbondante, così ricca da queste parti, che era – aspetta, come è che si chiamava? – “letteratura”. Dico che questa entità è scomparsa perché – credetemi – non smetto di cercarla. Passo in rassegna i cataloghi delle case editrici, rivolto sottosopra internet in cerca di sites letterari, leggo decine e decine di romanzi e di opere di poesia che i loro autori hanno il sadismo di inviarmi, e alla fine dei conti che cosa ho trovato? Nulla. Tutto è mostruosamente stupido, vuoto, presuntuoso e scritto in una lingua da orango-tanghi. Al massimo, appunto qua e là un qualche talento anemico, che per valere qualcosa davvero avrebbe bisogno ancora di molta lettura, esperienza di vita e alcuni buoni scapaccioni.

Però, così come non vedo alcuna opera di letteratura immaginativa che meriti attenzione, molto meno trovo, nelle recensioni di giornali e riviste “di cultura” che non cessano di apparire, qualcuno che si renda conto della rovina, del supremo scandalo intellettuale rappresentato da un paese di quasi duecento milioni di abitanti, con una università ad ogni angolo, senza alcuna letteratura superiore. Nessuno si mostra spaventato, nessuno reclama, nessuno dice un “ahi”. Sembra che tutti sentano che la casa stia perfettamente in ordine, e alcuni sono perfino abbastanza matti da credere che il grande segnale di salute culturale del paese siano essi stessi. Non c’è stato perfino un Ministro per la Cultura che ha assicurato che la nostra produzione culturale sta attraversando uno dei suoi momenti più brillanti e creativi? Certamente lo valutava dal numero di spettacoli di funk.

Vedete come, nel regno dell’intelligenza, la scarsità è abbondanza? Ma la cosa peggiore non è la penuria quantitativa.

Dall’Indipendenza fino agli anni ’70 del XX secolo, la storia sociale e psicologica del Brasile appariva, translucida, nella letteratura nazionale. Leggendo i libri di Machado de Assis, Raul Pompéia, Lima Barreto, Antônio de Alcântara Machado, Graciliano Ramos, José Lins do Rego, Jorge Amado, Marques Rebelo, José Geraldo Vieira, Ciro dos Anjos, Octávio de Faria, Anníbal M. Machado e tanti altri, si aveva l’immagine vivida dell’esperienza dell’essere brasiliano, riflessa con tutta la varietà delle sue manifestazioni regionali ed epocali, insieme a tutta la complessità delle relazioni tra anima e Storia, individuo e società.

A partire dagli anni ’80, la letteratura brasiliana sparisce. La complessa e ricca immagine della vita nazionale che si vedeva nelle opere dei migliori scrittori  viene allora sostituita da un sistema di stereotipi, volgari e meccanici da far paura, infinitamente ripetuti dalla TV, dal giornalismo, dai libri didattici e dai discorsi dei politici.

Nello stesso periodo, il Brasile ha subito mutazioni storico-culturali spaventose, che, senza la testimonianza della letteratura, non possono integrarsi nell’immaginario collettivo né tantomeno diventare oggetto di riflessione. Sono stati trenta anni di metamorfosi vissute in uno stato di sonno ipnotico, forse irrecuperabili per sempre.

Il tono di certezza definitiva con il quale qualsiasi cretinata politicamente corretta si presenta oggi come il nec plus ultra dell’intelligenza umana non sarebbe mai potuta diventare possibile senza questo lungo periodo di sopore e di tenebre, questa lunga notte dell’intelligenza, alla fine della quale si trovava perduta la semplice capacità di discernere tra il normale e l’aberrante, il sensanto e l’assurdo, l’ovvietà patente e l’illogismo impenetrabile.

Annunci