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La parola-grilletto

Olavo de Carvalho- 8 giugno 2012

(originale portoghese )

In un articolo precedente, avevo menzionato alcuni termini della “lingua-di-bronzo” (traduzione qui ) che domina oggi il dibattico politico in Brasile, anche e soprattutto tra intelettuali che avrebbero come obbligo principale analizzare il linguaggio usuale, liberandolo dal potere ipnotico delle frasi-fatte e restaurando il transito normale tra lingua, percezione e realtà.

Lungi da me, però, pensare che le frasi-fatte siano inutili. Per il demagogo e il ciarlatano, esse servono per risvegliare nella platea, con la forza del mero automatismo semantico decorrente dall’uso ripetitivo, le emozioni e le reazioni desiderate. Per lo studioso, sono la pietra di paragone per distinguere tra il discorso della demagogia e quello della conoscenza. Senza questa distinzione, qualsiasi analisi scientifica della società e della politica sarebbe impossibile.

Il linguaggio delle frasi-fatte si caratterizza per tre tratti inconfondibili:

1) Scommette sull’effetto emotivo immediato delle parole, evitando l’esame degli oggetti e delle esperienze corrispondenti.

2)   Cerca di dare l’impressione che le parole siano una trasposizione diretta della realtà, nascondendo la storia di come i loro significati presenti si sono formati con l’uso ripetuto, espressione di preferenze e scelte umane. Confondendo di proposito parole e cose, l’agente politico dissimula la sua azione e induce la platea a credere che essa sta decidendo liberamente sulla base di una visione diretta della realtà.

3)  Conferisce l’autorità di verità assolute ad affermazioni che, nella migliore delle ipotesi, hanno soltanto una validità relativa.

Un esempio è l’uso che i nazisti facevano del termine “razza”. È un concetto complesso e ambiguo, dove si mischiano elementi di anatomia, di antropologia fisica, di genetica, di etnologia, d geografia umana, di politica e perfino di religione.

L’efficacia del termine nella propaganda dipendeva proprio dal fatto che questi elementi restassero mischiati e indistinti, formando una sintesi confusa capace di evocare un sentimento di identità di gruppo. Ecco perché la Gestapo comandò di sequestrare il libro di Eric Voegelin, Stora dell’Idea di Razza (1933), uno studio scientifico senza alcun richiamo politico: per funzionare come simbolo motivatore dell’unione nazionale, il termine doveva apparire come la traduzione immediata di una realtà visibile, non come quello che era in realtà – il prodotto storico di una lunga accumulazione di presupposti altamente questionabili.

Allo stesso modo, il termine “fascismo”, che scientificamente compreso si applica con grande proprietà a molti governi di sinistra del Terzo mondo (cfr. A. James Gregor, The Ideology of Fascism, 1969, e Interpretations of Fascism, 1997), è usato dalla sinistra come etichetta infamante per denigrare idee assolutamente estranee al fascismo come la libertà di mercato, l’anti-abortismo o l’odio popolare al Mensalão [scandalo di corruzione politica avvenuta alcuni anni fa nel governo Lula, per cui molti deputati dell’opposizione ricevevano un “salario mensile” – da cui il  nome – dal governo per votare a suo favore, NdT].

Una volta, in un dibattito, ascoltai esclamare da un illustre professore della Università di São Paolo (USP) : “Il liberalismo è fascismo!”. Gentilmente chiesi che il tizio citasse un esempio – un esempino soltanto – di governo fascista che non praticasse un rigido controllo statale dell’economia. Non ne uscì alcuno, è ovvio. La parola “fascismo”, nella bocca del suddetto soggetto, non era il segno di una idea o di una cosa: era una parola-grilletto, fabbricata per risvegliare reazioni automatiche.

Dovrebbe essere evidente a prima vista che i termini usati nel dibattito politico e culturale raramente denotano cose, oggetti del mondo esteriore, ma invece un amalgama di congetture, aspettative e preferenze umane; che, pertanto, nessuno di essi ha un qualsiasi significato al di là del fascio di contraddizioni e difficoltà che racchiude, attraverso le quali, e solo attraverso le quali, arrivano a designare qualcosa del mondo reale. Si può sapere cosa sia un gatto semplicemente guardando un gatto, ma “democrazia”, “libertà”, “diritti umani”, “uguaglianza”, “reazionario”, “pregiudizio”, “discriminazione”, “estremismo”, etc., sono entità che esistono soltanto nel confronto dialettico di idee, valori e comportamenti. Chiunque usi queste parole dando l’impressione che riflettano realtà immediate, non problematiche, riconoscibili a prima vista, è un demagogo e un ciarlatano.

Chi scrive o parla così non vuol risvegliare in voi la coscienza di come stanno le cose, ma vuol risvegliare soltanto una reazione emotiva favorevole alla sua persona, al suo partito, ai suoi interessi. È un trafficante di soporiferi, dandosi arie di intellettuale e professori.

La frequenza con la quale le parole-grilletto sono usate nel dibattito nazionale come simboli di premesse auto-probanti, valori non questionabili e criteri infallibili del giusto e dello sbagliato, mostra già che il mero concetto di attività intellettuale responsabile è scomparso dall’orizzonte mentale delle nostre “classi intellettuali”, ed è stato sostituito da una sua caricatura pubblicitaria e demagogica.

Come siamo arrivati a questo stato di cose? Investigarlo è laborioso, ma non è in sostanza complicato. Basta solo ripercorrere il processo della “occupazione degli spazi” nei mass-media, nell’insegnamento e nelle istituzioni culturali, che ha uniformizzato, per mezzo dell’uso ossessivamente ripetitivo di frasi fatte, il linguaggio dei dibattiti pubblici e ammantando di valori positivi e negativi, attraenti o repellenti, un certo repertorio di parole che sono passate, allora, a essere utilizzate come grilletti di reazioni automatiche, uniformi, completamente prevedibili.

Se uno viene addestrato ad avere sempre le stesse reazioni davanti alle stesse parole, finisce per vedere soltanto quello che è capace di dire, e difficilmente riesce a pensare in modo diverso da quello che i padroni del vocabolario gli hanno comandato di pensare. Questo è stato uno dei principali meccanismi attraverso i quali la festiva “democartizzazione” del Brasile ha finito per estinguere, nella pratica, la possibilità di qualsiasi dibattito reale su  un qualsiasi argomento.

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