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Il potere anonimo

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 15 de junho de 2012

 (originale portoghese)

Distinguendo tra l’azione delle forze della natura e quella del potere umano, Romano Guardini faceva notare che questa si distingue per un senso di proposito, quindi per la presenza di un agente umano responsabile. È tanto assurdo chiedersi chi è il colpevole di un terremoto quanto immaginare un potere politico, economico, militare o culturale senza uno o vari agenti responsabili dietro di esso. Guardini scrisse questo nel suo libro Der Macht (“Il Potere”), nel 1951. Già in quella epoca egli notava un fenomeno che stava allora spuntando all’orizzonte, ma che con il tempo è cresciuto fino a proporzioni colossali: il potere anonimo, senza agenti responsabili conosciuti o conoscibili.

Nessuno, oggigiorno, sfugge all’esperienza di telefonare a una impresa cercando una assistenza tecnica, o spiegazioni su un pagamento non dovuto, e venire ricevuto da strati successivi di segreterie elettroniche, cercando un inaccessibile operatore umano.

Ma questo è solo l’aspetto più banale e quotidiano del fenomeno. Cambiamenti politici, giuridici e culturali che affèttano in modo brutale la vita della popolazione sono introdotte quasi quotidianamente in vari paesi allo stesso tempo, senza che il cittadino abbia la minima possibilità di ripercorrere da dove sono partite, chi ne risponde.

La crescita esponenziale della amministrazione pubblica, la sua intima associazione con organismi internazionali, con macro-imprese senza nazionalità definita e con una rete incommensurabile di agenzie politiche non governative fa del processo decisionale un labirinto dove perfino lo studioso specializzato ha difficoltà ad orientarsi. Frequentemente le discussioni nel Parlamento o sui giornali non sono altro che un travestimento destinato a coprire decisioni che vengono già pronte da istanze superiori inaccessibili allo sguardo del pubblico.

Un fattore di complicazione è aggiunto dall’estensione progressiva e illimitata del campo di attuazione dei servizi segreti. Ristretti, un tempo, alle aree di interesse militare, dall’inizio del XX secolo iniziarono ad interferire attivamente nella politica, nella cultura, nell’educazione, nell’industria delle comunicazioni e, alla fine, sempre di più nella vita privata dei cittadini.

Per farsi un’idea della forza asservitrice con la quale queste organizzazioni influenzano e a volte arrivano a determinare non solo il corso degli eventi ma perfino l’immagine pubblica (falsa) che se ne fa di essi, basta avere una nozione di ciò che è avvenuto quando, agli inizi degli anni ’90, si aprirono gli Archivi di Mosca, per un breve periodo, agli studiosi occidentali: praticamente tutto quello che il pubblico immaginava sulla storia del comunismo nel XX secolo non si rivelò niente altro che un insieme di miti tranquillizzanti creati dallo stesso governo sovietico e riprodotto ipsis litteris dai media occidentali. La verità che i documenti mostrarono corrispondeva quasi al millimetro a quello che, decenni prima, l’unanimità dei benpensanti aveva invece condannato come “teoria del complotto”, “delirio di estrema destra”, etc.

Esiste, poi, l’elite politico-finanziaria globale, i cui interessi, piani e mezzi di azione trascendono in modo incalcolabile quelli dei governi nazionali, ridotti, in molti casi, al ruolo di applicatori di decisioni la cui origine resta sconosciuta al pubblico. È stupidità immaginare che questi gruppi decidano a loro piacimento il percorso della Storia mondiale, ma è stupidità ancora più grossa immaginare che la loro azione sia innocua o inesistente.

Infine, si deve fare i conti con la profonda impreparazione degli “scienziati sociali” nell’affrontare l’argomento. Georg Jellinek, nel suo classico Teoria Geral do Estado (1900), avvertiva che la precauzione numero uno nello studio della società, della politica e della storia, doveva essere la accurata distinzione tra i processi che hanno a che fare con un piano premeditato e quelli decorrenti dall’accumulazione più o meno fortuita di fattori causali impersonali. Per sfortuna, le scienze sociali, fin dalla loro nascita, infettate di pregiudizi positivisti e marxisti, si intestardirono nell’enfatizzare in modo unilaterale il secondo tipo di processi, giudicando che gli elementi anonimi e collettivi fossero maggiormente suscettibili di trattamento “scientifico” e creando così la fantasmagoria di una società mossa da “leggi generali”, senza responsabilità umana. Risultato: quando un’avanguardia rivoluzionaria o una elite di oligarchi ben consigliati e assistiti impongono la loro volontà ad intere popolazioni che non sanno da dove sono partiti gli ordini, tutto accade come se nessuno avesse deciso nulla, come se i cambiamenti fossero caduti pronti dal cielo. Già negli anni ’30 Antonio Gramsci aveva codificato questo processo in una tecnica sistematica per levare il Partito Comunista alle altezze di “un potere onnipresente e invisibile come un imperativo categorico o un comandamento divino”. Invece di fare chiarezza sul loro oggetto di studio, molte volte le scienze sociali si trasformano esse stesse in strumento di camuffamento. Se non fosse così, tra l’altro, forse non riceverebbero aiuti così sostanziosi da parte di governi, servizi segreti, banche internazionali etc.

Sebbene avesse osservato appena i primi passi di questa gigantesca trasformazione della società, Romano Guardini sottolineava che, nelle condizioni che questa creava, la stessa nozione di responsabilità spariva completamente, con le decisioni del potere che diventano innocenti, non imputabili come i fenomeni della natura.

Dobbiamo sorprenderci del fatto che, quanto più cresce la capacità di controllo del potere anonimo sulla società, sempre più si spande dappertutto il caos morale, la confusione delle coscienze, la perdita di discernimento? E chi l’ha detto che gli stessi detentori del potere anonimo siano immuni al disordine che essi stessi hanno creato?

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