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Dibattito e pregiudizio

Olavo de Carvalho 24 Junho 2012
(originale in portoghese)

È una illusione sperare che la razionalità scientifica prevalga in un confronto che coinvolge molti interessi e passioni; ma non è troppo desiderare che qualche persona capace possa accompagnare e giudicare il dibattito da un punto di vista meno direzionato e più compatibile con lo stato attuale delle conoscenze.

Il numero di queste persone è, di sicuro, piccolissimo. Ciò che si osserva nelle discussioni correnti è che ogni fazione, nel suo impegno di conquistare l’adesione del popolo incolto e distratto, cerca idee e proposte, comprimendole in un tot di slogans e frasi fatte che possano essere ripetute fino ad impregnarsi nel sub-cosciente della moltitudine come imperativi categorici; e allo stesso tempo cerca di semplificare ancora di più quelle del partito avversario, riducendole a uno schema caricaturale con l’obiettivo di risvegliare incomprensione e ripugnanza.

Per i fini pratici di una disputa legislativa, è importante che, sia l’adesione quando la repulsione siano raggiunte nel modo più rapido possibile, saltando le discussioni approfondite che potrebbero ammortizzare le convinzioni della platea o rimandare pericolosamente la sua presa di posizione. Ciò implica che le idee dell’avversario non possano mai essere esaminate in modo oggettivo nei suoi termini propri e secondo le sue intenzioni, ma che debbano essere sempre deformate per apparire così ripugnanti che anche la mera tentazione di concedere loro un esame benevolente suoni in se stessa come ripugnante, inaccettabile, indecente.

Il dibattito così condotto è, quindi, sempre e necessariamente un confronto di pregiudizi, nel senso più letterale ed etimologico del termine. Tale senso contrasta in modo scioccante con l’uso polemico che nel corso del dibattito si fa di questa parola come etichetta infamante.

Bollare le idee dell’avversario come “pregiudizi”, dando a intendere che non sono altri che posizioni irrazionali e senza alcun fondamento è, nella maggior parte dei casi, niente meno che un pretesto per non dover esaminare le ragioni che le fonda mentano, e ancora meno la possibilità di siano nate da buone intenzioni. Quello che qui si chiama “dibattito” non è affatto un confronto di idee, ma una mera disputa di impressioni positive e negative, un puro gioco di scena.

È quindi naturale che, proprio per queto, i partecipanti al dibattito cerchino di albergarsi sotto la protezione della “scienza”, ma nessuna accumulazione di dati statistici, nessuna massa di citazioni accademiche o anche dichiarazioni scientificamente valide in sé daranno una benché minima legittimazione a un argomento, se questo non include la riproduzione fedele e la discussione scientifica degli argomenti antagonisti.

La scienza è, per definizione, il confronto tra ipotesi: se, invece di una disanima estensiva, le opinioni avverse sono evitate con qualche escamotage, rese caricatura, deformate o espulse in limine dalla discussione, con un qualche pretesto, vale ben poco che si adorni la propria posizione con le più belle ragioni scientifiche. Non si fa scienza accumulando opinioni convergenti, ma cercando laboriosamente la verità tra visioni divergenti.

La prova della dignità scientifica di un argomento risiede proprio nella oggettività paziente con la quale si esaminano gli argomenti contrari. Chi da subito li impugna come “pregiudizi”, non fa altro che tentare di creare contro di essi un pregiudizio, dissuadendo la platea di esaminarli.

Che le persone più inclinate a usare questo espediente siano in genere proprio quelle che più predicano la “diversità”, la “tolleranza” e il “rispetto delle opinioni divergenti”, non deve essere per forza interpretato come una ipocrisia cosciente, bensì molte volte come il sintomo di una deformità cognitiva molto grave; deformità che, per il fatto che affetta persone influenti e formatori di opinione, rischia di arrecare danni a tutta la società.

Quando dico “deformità cognitiva”, questo non deve essere considerato nel senso di mera deficienza intellettuale moralmente inoffensiva. Il rifiuto di esaminare le opinioni altrui nei loro termini propri e secondo le loro intenzioni originarie equivale al rifiuto di vedere nell’avversario un volto umano, equivale alla compulsione di ridurlo allo stato di “cosa”, ad uno ostacolo che deve essere rimosso.

Questa compulsione è di indole propriamente psicopatica (cfr. l’ottima intervista alla psichiatra Ana Beatriz Barbosa da Silva [in portoghese, NdT] . Quando viene legittimata in nome di bei pretesti umanitari, essa diviene una forza ancora più disumanizzante, perché rimuove la condotta morale dal campo della vita psichica concreta verso la semplice adesione a un gruppo politico o un programma ideologico. L’essere umano, allora, non viene più giudicato buono o cattivo in base ai suoi atti o sentimenti personali, ma dal fatto di appartenere o meno alla fazione che è stata previamente auto-definita detentrice monopolistica delle buone intenzioni – fazione che, proprio per questo, è dispensata dal concedere all’avversario la dignità dell’attenzione comprensiva.

La percezione diretta delle motivazioni umane è qui sostituita da un sistema meccanico di reazioni stereotipate, altamente prevedibili e controllabili. E quando il programma già si è diffuso nei media, nel sistema di insegnamento e nel vocabolario corrente al punto di non aver più bisogno di presentarsi esplicitamente come tale, ma passa a suonare come voce impersonale e neutra del senso comune, allora la disumanizzazione preventiva dell’avversario diventa il procedimento usuale e dominante dei pubblici dibattiti.

Non c’è bisogno di dire che questo stato di cose già è in vigore in Brasile [solo in Brasile??NdT] da almeno un decennio. Siamo in pieno imperare della manipolazione psicopatica dell’opinione pubblica.

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