Da un esempio preso dal dibattito brasiliano, Olavo propone alcune riflessioni che ritengo assai pertinenti anche alla nostra realtà.

Professori di corruzione

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 7 de maio de 2012

(originale in portoghese)

Nessuno è più immorale, né è più pericoloso per la società, del giudice della altrui condotta che prenda la sua anima corrotta come la misura eccelsa della moralità umana. L’uomo che giudica secondo questo standard − o peggio ancora, che insegna a giudicare in questo modo − è una forza dissolvente e corruttrice ben più dannosa dell’immorale praticante, del bandito, del ladro che almeno non fa della propria turpitudine personale una teoria, un criterio e una legge.

Jean-Jacques Rousseau, che abbandonò i figli in un orfanotrofio, mentiva più di un politico in campagna elettorale, andava regolarmente a letto con le mogli dei suoi benefattori e per giunta andava anche in giro a parlarne male, giurava che in tutta l’Europa non c’era nessuno meglio di lui − e quando parlava delle sue alte qualità morali, versava lacrime di commozione.

Rousseau aveva almeno la scusa di essere pazzo, ma la sua pazzia ha inaugurato la moda universale di prendere il proprio ombelico come punto culminante della perfezione umana e misurare tutto per la distanza che va da lì al pavimento.

Non mancano esempi di questo nei mass-media nazionali. In un articolo recente, il sig. Paulo Moreira Leite giura che ogni discorso moralizzante è falso, perché “ha come base una visione fantasiosa delle società umane. Considera che ci sono persone di carattere limpido…incapaci…di avere segreti inconfessabili e ambiziosi che condannano in pubblico ma coltivano nella vita privata… La vita reale non è così…

Ciò che sta dicendo è che nella vita reale non esistono − prestate attenzione: assolutamente non esistono − persone “senza segreti inconfessabili e ambizioni che condannano in pubblico ma coltivano nella vita privata”. Se queste persone non esistono, il sig. Moreira Leite, che esiste, non può che essere uno di loro. Quindi, egli possiede segreti inconfessabili che condanna in pubblico ma che coltiva nella vita privata. E notate bene che non ha detto “alimentare in segreto”, che potrebbe ancora avere un’accezione di mera fantasia; ha detto “coltivare in privato”, cioè, praticare di nascosto. Egli non si limita, quindi, a sognare di essere, un giorno, una persona di successo come i malvagi che critica in pubblico: egli si dedica attivamente a imitarli quando non c’è nessuno che lo guarda. E non solo egli è in questo modo, ma non concepisce che possa esistere qualcuno migliore di lui, qualcuno che sia esente da questi abietti difetti morali.

Nessuno ha chiesto al sig. Moreira tale confessione di bassezza. L’ha fatta perché ha voluto. Se capisse quello che scrive (come se questo non fosse esigere troppo!), dovrebbe ammettere che essa gli toglie automaticamente l’autorizzazione di parlare male di persone che, alla fine dei conti, non hanno alcun difetto se non quello di essere cattive quanto lui.

In fondo, se non ci sono esseri umani migliori, che possano servire di pietra di paragone per le virtù e per i peccati allora ci sono solo due alternative: condannare i vizi in nome di modelli astratti confessati come irraggiungibili o divertirsi a condannare il male in nome del male. La prima ipotesi si chiama moralismo insano, la seconda, finzione cinica. Il sig. Moreira critica la prima in nome della seconda.

Qualsiasi giudizio morale sensato deve partire da certe constatazioni ovvie e auto-provanti. Poiché il Bene infinito e il Male assoluto sono entità metafisiche che scappano all’esperienza umana, ai nostri poveri cervelli resta soltanto il ragionare in termini relativi, pesare le cose nella bilancia del meglio e del peggio. Per questo il soggetto deve ampliare la sua immaginazione morale, per mezzo dello studio, dell’esperienza e della meditazione, in una scala che va dalla massima santità comprovata alla malvagità più estrema registrata negli annali della Storia. Solo chi si è consacrato a questo esercizio senza interruzione per anni è in condizione di giudicare la condotta altrui in modo oggettivo, e anche così con alcuni rischi di sbagliare. Tutti gli altri danno opinioni in modo arbitrario, in nome di pregiudizi stupidi, preferenze soggettive, capricci del momento o interessi travestiti.

L’immaginazione morale del sig. Paulo Moreira Leite è, in questo senso, la più atrofizzata e meschina che si possa concepire. In cima alla sua scala di valori c’è egli stesso. In basso, qualcuno che non è peggio di lui. In greco, idios significa “lo stesso”. Idiotes, da cui il nostro idiota è colui che non vede nulla oltre a se stesso, che giudica tutto con la sua piccolezza.

Che qualcuno così chiaramente impreparato per dare opinioni in questioni di moralità abbia a disposizione una rivista di circolazione nazionale per infondere lì nella testa del pubblico la miseria dei suoi giudizi è, già di per sé, il sintomo di una sconfitta morale molto più allarmante, a causa dei suoi effetti sociali, di qualsiasi altro caso particolare di corruzione, di furto, di oscenità, perfino di violenza. Già Platone insegnava che il disordine si installa nella società quando molte persone iniziano a risalire verso posti di importanza e prestigio per i quali non hanno la benché minima qualifica. Questo si riferisce principalmente a quelli che oggi chiameremmo “intellettuali” o “formatori di opinione”. Delinquenti, imbroglioni e politici ladri fanno danni materiali alle loro vittime, ma corrompono solo se stessi. Quando la corruzione penetra nell’anima dei critici sociali, dei professori di morale, essa si diffonde per tutta la società.

Annunci